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Università, in calo professori e ricercatori. Quasi 5mila in meno in 7 anni

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Sono sempre meno, sempre più precari e sempre più anziani. Questo è il quadro che emerge dai dati del MIUR relativi a professori universitari e ricercatori nel periodo compreso tra l’anno accademico 2010-2011 e quello 2016-2017. Il personale docente e di ricerca degli atenei pubblici è calato di quasi 5mila unità in sette anni, mentre sono aumentati gli assegnisti di ricerca e i docenti a contratto. Si tratta degli effetti del blocco del turnover, che si fa sentire particolarmente tra i professori ordinari e i ricercatori. E ancora non si  riesce a superare la differenza di genere. Così le donne restano minoranza sia tra le toghe che nei laboratori.

Professori e ricercatori calati del 7,9 per cento dal 2010

Sono 4.650 i docenti e i ricercatori “scomparsi” dai nostri atenei. Il personale docente e di ricerca ammontava a 58.885 unità nel 2010-2011, mentre nel 2016-2017 è sceso a 54.235. Le categorie che hanno risentito maggiormente degli effetti del blocco del turnover sono professori ordinari e ricercatori. I primi sono passati da 15.169 a 12.156 unità, mentre i secondi da 24.530 a 19.737. Le cose vanno meglio, invece per gli associati, che grazie al piano straordinario di assunzioni, con le tornate di abilitazioni degli ultimi anni, sono il 16,7 per cento in più.

A fonte della diminuzione di cattedratici e ricercatori strutturati, aumentano quelli precari. Gli assegnisti di ricerca, ad esempio, nel periodo di riferimento sono passati da 13.109 a 13.946 (+6,4 per cento). I dati recentemente pubblicati dal MIUR indicano, inoltre, che nel 2016-2017 i professori a contratto hanno raggiunto le 25.770 unità.

In generale, rispetto al 2010-2011 il personale universitario è sceso del 6,5 per cento. Oltre a professori e ricercatori, sono calati del 7,8 per cento i collaboratori linguistici, del 7,5 per cento le unità di personale tecnico amministrativo a tempo indeterminato e del 13,8 per cento quelle a tempo determinato.

L’età media è 52 anni

I professori ordinari rappresentano il 18,9 per cento del totale del personale docente e di ricerca degli atenei pubblici. L’età media in questa categoria è pari a 59 anni. Tra i professori associati l’età media scende a 52 anni, mentre tra i ricercatori è di 47 anni. Assegnisti e ricercatori rappresentano il 51,6 del personale accademico.

I settori scientifico-disciplinari che vantano la maggior quota di personale sono quelli afferenti all’area delle Scienze mediche (16,3 per cento del totale). Quelli con meno docenti e ricercatori sono quelli dell’area di Scienze della terra (2 per cento). Scienze giuridiche e Scienze economiche e statistiche sono le aree con più professori ordinari e associati (57 per cento), mentre nei settori scientifico-disciplinari di Scienze biologiche la maggioranza (poco più del 60 per cento) è costituita da assegnisti e ricercatori.

Restano forti le differenze di genere

Nei nostri atenei le donne sono la maggioranza tra il personale tecnico-amministrativo (58,5 per cento), ma tra i professori e i ricercatori sono solo il 40 per cento. La loro rappresentanza diminuisce man mano che si considerano i gradini più alti della carriera. In proposito il rapporto del MIUR parla di “segregazione verticale”. Nel dettaglio, se il 50,7 per cento dei titolari di assegni di ricerca è donna, la quota scende al 47 per cento tra i ricercatori strutturati. E cala ulteriormente al 37,2 per cento tra i professori associati, fermandosi appena al 22,3 per cento tra gli ordinari.

Non si tratta, per la verità, di un problema solo italiano. Come tiene a precisare il MIUR, anche in altri paesi esiste un analogo divario di genere. Al punto che, in media, nell’UE il tasso di donne che raggiungono le posizioni apicali della docenza è pari al 21 per cento.

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