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Università di Torino, class action degli studenti contro il MIUR per il rischio amianto

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La vicenda dell’amianto a Palazzo Nuovo continua a fra discutere. Lo studio legale torinese Ambrosio & Commodo ha infatti deciso di far partire una class action contro il MIUR, colpevole di aver esposto per anni gli studenti dell’Università di Torino alla pericolosa sostanza. Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è ritenuto responsabile in quanto proprietario dell’edificio, chiuso a partire dallo scorso 17 aprile per effettuare lavori di bonifica.

Alla class action contro il MIUR hanno già aderito circa quaranta tra studenti ed ex studenti, tutti preoccupati per la propria salute. I legali contestano al ministero l’esistenza del cosiddetto ‘danno da pericolo’, che riguarda le conseguenze negative derivanti dalla preoccupazione di poter subire un danno in futuro. Preoccupazione che riguarderebbe tutti coloro che hanno trascorso molto tempo nelle aule di Palazzo Nuovo.

La sede di Palazzo Nuovo, che da decenni ospita le facoltà umanistiche dell’Università di Torino, è al centro di una vicenda tormentata a causa della massiccia presenza della fibra killer, che – secondo il pm Raffaele Guariniello – avrebbe causato almeno tre morti tra il personale dell’ateneo, e che i recenti lavori di ristrutturazione non avrebbero del tutto eliminato.

I legali sono fiduciosi che la class action contro il MIUR possa avere esito positivo. Esistono, infatti, confortanti precedenti: “la Corte di Cassazione nel 2009 per il noto disastro ambientale di Seveso ha riconosciuto che sia riconosciuto un risarcimento anche a chi ha la semplice preoccupazione per il proprio stato di salute dopo essere stato in ambienti contaminati”, spiega l’avvocato Gino Arnone. La speranza dei legali è quella di ottenere una cifra che si aggira intorno ai 5mila euro a persona.

L’Università di Torino, però, non ci sta. In una nota, l’ateneo ha bollato la class action contro il MIUR come “un’azione destituita di ogni fondamento”. Secondo l’università non esistono “presupposti che possano legittimarla” e “i riferimenti alla situazione di Seveso appaiono del tutto pretestuosi e sforniti di qualunque riscontro con la realtà”.

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