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Docenti universitari in protesta contro il blocco degli stipendi: in 8mila invadono i rettorati

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La sentenza della Corte costituzionale contraria al blocco degli stipendi per gli statali è arrivata da poco e ci sono già le prime proteste da parte di categorie che chiedono che riparta subito la progressione stipendiale. Tra queste, ci sono i  docenti universitari, che in 8mila ieri hanno invaso i rettorati di 65 atenei italiani per sollecitare il sostegno dei vertici accademici alla loro battaglia.

Quella dei docenti universitari è una delle categorie più colpite dal blocco degli stipendi, visto che le loro retribuzioni, ferme dal 2011, resteranno al palo anche nel 2015, a seguito della proroga del provvedimento scattata il 1° gennaio scorso. Per il quinto anno consecutivo, quindi, le buste paga dei professori resteranno immutate, nonostante il blocco sia via via stato revocato per molti altri lavoratori del pubblico impiego, tra i quali i dipendenti del CNR.

I docenti universitari non chiedono che si restituisca loro quanto perso nel quadriennio 2011-2014, ma si aspettano che sia revocato il blocco degli stipendi a partire dall’anno in corso.  In media, fino al 2014 i professori hanno già perso tra i tra i 4.500 ed i 9.500 euro ( a seconda della fascia di inquadramento), ma non solo. Per loro la stasi retributiva è coincisa anche con un mancato riconoscimento giuridico dell’anzianità maturata. Insomma, è come se questo lasso di tempo nella loro carriera non fosse mai esistito. E i docenti non ci stanno.

Così hanno deciso di chiedere, con un’azione plateale come l’invasione dei rettorati, che i vertici delle istituzioni accademiche presso le quali prestano il proprio servizio li appoggino in questa rivendicazione. Nel corso di questa singolare , ma del tutto pacifica protesta, i docenti hanno consegnato ai rettori una lettera nella quale chiedono che questi si impegnino a perorare la loro causa davanti al governo, minacciando – se non dovesse essere fatto dietrofront sul blocco degli stipendi anche per il 2015 – perfino di dimettersi in massa dalla guida delle università pubbliche italiane.

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