Il cantautore Ennio Rega

Musicisti, attori e artisti di ogni genere si preparano a costellare di brevi esibizioni il corteo che dalle 14 di oggi attraverserà la Capitale. Ma tanti “indignados” appartenenti al mondo della cultura sfileranno in maniera anonima tra i 200 mila e oltre giunti da tutta Italia con 750 pullman, treni speciali e mezzi propri. Tra questi ci sarà anche Ennio Rega, cantautore ex architetto già vincitore del premio Tenco, da sempre attento ai temi sociali e impegnato in un ennesimo grido d’allarme per le sorti del Paese anche nell’ultimo album, “Arrivederci Italia“, da poche settimane. A Universita.it Rega racconta le pulsioni che in questo ultimo lavoro animano le sue note, ma soprattutto quelle che lo spingono a sfilare al fianco degli indignati di tutto i mondo.

Arrivederci Italia è il ritratto di un Paese che sfugge di mano ai suoi abitanti, ma sembra anche evocare la partenza di chi è esasperato da una società dove i saperi e il merito sono appunto “irrilevanti”. Quale riflessione si cela dietro questo titolo?
L’arrivederci qui è un saluto definitivo all’Italia con cui ho condiviso grandi sogni: della giustizia sociale, di una fratellanza universale. Non vuol essere un de profundis poiché vi sono radici che lentamente avanzano. Tutto rinascerà ma siamo lontani. Il “merito” è una parola a cui guardo con sospetto, non ho mai avuto grande rispetto per i primi della classe… Direi che il futuro di questo Paese dovrebbe essere più nel “sapere”, che poi è la forma più alta di civiltà. “Sapere” tutto ciò che non si mangia, che passa per la mente, allenamento al pensiero critico capace di scoprire la menzogna nei fattori sociali.

Nella sua musica e in particolare nell’ultimo album c’è anche rimpianto. Più per il passato o per il futuro?
“Dio è morto” e la realtà non esiste più. Che senso ha il rimpianto, è un sentimento vicino alla fine, io vado verso l’inizio, restituisco il mondo che vedo e lo faccio da “donchisciotte”, ingenuamente fedele a tutto ciò che mi hanno insegnato ad essere, che non intendo distruggere in me. Vivo in una finzione imposta e digerita da miliardi di individui senza più la capacità di un’idea personale. Un valore assoluto è la bellezza, ecco io scrivo poiché la realtà non ha passato né futuro: è semplicemente “presente”, ignorata da tutti noi.

Lei ha ricevuto il premio Tenco, e in Arrivederci Italia dedica un brano, Ragazzo mio, al cantautore ligure: che spazio ha oggi nel nostro Paese la musica e in generale l’arte che “riflette” e non “intrattiene” semplicemente?
In questo Paese mediocre l’arte non vende né paga, non ha più un mercato, è stata condannata a morte dal berlusconismo e i suoi Scilipoti, è un processo che ha avuto inizio molto prima che lui scendesse in politica. L’arte in genere è legata alla qualità dell’uomo: intollerabile e perversa è l’attualità, il suo pensiero unico con cui affligge l’essere umano, grave quanto un assassinio. L’arte non è l’intrattenimento dell’ignoranza.

Parlare di “un’idea poetica che dal privato scenda in piazza” non le sembra utopistico? O è qualcosa che ha a che fare con chi in questi giorni in piazza scende davvero?
Un’idea poetica che dal privato è scesa in piazza? Il Sessantotto, i grandi festival rock e di poesia degli anni ’70, la beat generation… Questi non sono eventi regalati dalle istituzioni. La storia ci insegna che c’è un sentire comune che matura e prende forma nel tempo, intanto, aria fritta con cui non si mangia è la filosofia. Non è utopia è uno dei grandi sogni possibili dell’arte, la filosofia, la scienza, come una sorta di legittima difesa che ha anche a che fare, da lontano, con chi in questi giorni scende in piazza.

Cosa condivide e cosa no della protesta degli indignados in Italia e all’estero? Sarà con loro?
Indignados, una parola delicata, un po’ troppo “educata” per il mio temperamento. Non mi riconosco in questo movimento ma andrò alla manifestazione, esserci è condivisione dell’amare, ogni persona, ogni cosa: l’acqua non asciuga l’acqua, né il fuoco spegne il fuoco. Un po’ di sana retorica in alcuni casi… Odio la violenza, ma siamo ancora lontanissimi dalla costruzione di un movimento vero consapevole del profondo significato di parole come “verità”, “libertà”. È un inizio, opporsi anche solo genericamente al male…

Studio e gavetta. Lei ha fatto entrambe le esperienze: quale delle due è più importante?
Io credo molto nei procedimenti empirici dove l’esperienza vince sul metodo e la prassi. Ho musicato in questo album anche una poesia di Pessoa, “Libertà”, proprio per esprimere con le parole semplici di un così grande poeta il concetto che lo studio senza “l’essere umano” dentro non serve a niente: “I libri sono carta inchiostrata/ lo studio è una cosa ove è indistinta la distinzione tra/ il niente e cosa alcuna”. Dobbiamo ripartire dall’uomo, formando la sua umanità, ciò è possibile solo riprogettando una grande scuola pubblica.

“Un disco non è un paio di scarpe” ha detto. La speranza del cambiamento passa anche dalle note di una canzone? Crede che possano bastare o è utile anche un paio di scarpe ben fatto?
Non parlo di utilità, dico solo che un libro, la musica, sono al centro della cultura di un paese, un qualcosa di “prima necessità”… Non scherziamo: più che per camminare, le scarpe sono una benedizione per fuggire.