Palazzo Madama

Oggi le Camere decidono se il governo Berlusconi resta in sella o invece va a casa. La sfiducia sarebbe un duro colpo anche per il provvedimento di riforma dell’università che porta il nome del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Se, come appare probabile, in Senato il presidente del consiglio non riuscisse a raccogliere la maggioranza dei voti, la conferenza dei capigruppo non si riunirebbe per calendarizzare l’esame del provvedimento.

I presidenti dei gruppi a Palazzo Madama si erano dati appuntamento subito dopo il voto di fiducia, ben consapevoli che senza una maggioranza politica diventa impossibile mettere in programma il via libera definitivo a un disegno di legge così delicato. Questo nonostante il fatto che Futuro e libertà, che voterà contro la fiducia, abbia invece appoggiato il provvedimento del ministro Gelmini sostenendo per due anni (da quando i suoi componenti erano ancora nel Pdl) l’iter di approvazione in Aula.

Tutt’altro lo scenario se l’esecutivo dovesse raccogliere i voti necessari per andare avanti, pur con una maggioranza ristretta. In tal caso, la terza lettura al Senato e il via libera definitivo del ddl università potrebbero arrivare prima del nuovo anno. In questa ipotesi c’è da aspettarsi che, pur passando all’opposizione come annunciato, il gruppo guidato da Gianfranco Fini sosterrà il provvedimento già votato nei due precedenti passaggi parlamentari.

Il presidente della Camera ha più volte espresso apprezzamento per il disegno di legge, pur dichiarandosi preoccupato per la copertura finanziaria, delegata in sostanza alla legge di Stabilità. Ad ogni modo, qualora giungesse al vaglio del Senato la legge potrebbe ottenere il sostegno di molti centristi della minoranza, mentre i rettori e la Confindustria riprenderebbero la loro opera di convincimento nei confronti dei senatori ancora indecisi.