Ricercatori

Per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica italiana ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento: lo evidenzia una ricerca condotta da Cinzia Daraio, docente di Economia all’Università di Bologna e Henk Moed, esperto bibliometrico olandese. Diminuiscono esperimenti, scoperte, nuove conoscenze prodotte nelle biblioteche e nei centri di ricerca universitari e numero di articoli scientifici pubblicati.

Dai 52.496 articoli scientifici italiani pubblicati nel mondo nel 2008 si è scesi a poco più di 40mila nel 2009 e il dato è in continua caduta. Dopo le università, quindi, anche la ricerca è allo stremo.

Non solo, ciò che ci schiaccia e che sta trasformando il Belpaese da precursore e divulgatore d’innovazione ad arretrato fanalino di coda è il confronto con gli altri Paesi europei. Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti. Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna. In coda insieme a una Spagna, che ci ha appena raggiunto, anche per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo. E l’investimento dei privati arriva solo allo 0,6 per cento del Pil. Nelle collaborazioni internazionali tra i sei “big europei” siamo penultimi (e pensare che negli anni 80 eravamo al secondo posto…).

Una vera beffa se si pensa che invece i ricercatori italiani restano i primi in Europa per tasso di produttività individuale. E che ci sono file di eccellenti neolaureati disposti a lavorare sodo per far riemergere dal baratro la qualità della ricerca italiana.

Una fase involutiva che ci conduce dunque a inseguire da lontano il treno in corsa degli altri Stati europei e a scontare con sempre maggiori difficoltà la concorrenza agguerrita di paesi emergenti come India, Brasile e Cina. Quest’ultima, per dare un’idea, in quindici anni ha quadruplicato le sue prestazioni, superando l’Italia nel 1999, la Francia tre anni dopo, la Germania nel 2005 e infine il Regno Unito nel 2006.