Alberto Zangrillo

I test d’ingresso misurano davvero le capacità dei ragazzi che ambiscono a studiare in un ateneo o sono poco più di una lotteria? Il dibattito sulla questione si è acceso in questi giorni grazie alla “confessione” fatta da Alberto Zangrillo, medico personale del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Raccontando la sua esperienza familiare, Zangrillo ha ricordato in un’intervista al mensile “Ok salute” la forte delusione di suo figlio e il suo personale dolore quando, tre anni fa, il ragazzo, pur essendo molto motivato e non è stato ammesso alla facoltà di Medicina dopo la somministrazione di “cento domande in cento minuti”.

Il medico milanese, docente universitario e a capo dell’unità operativa di anestesia e rianimazione generale e della terapia intensiva cardiochirurgica al San Raffaele, non usa mezzi termini: dopo questa esperienza personale si è fatto l’idea che il modo in cui si selezionano gli studenti a Medicina è deludente e iniquo. “Si decide in un quiz di poche ore del futuro, del progetto di vita di un giovane” commenta parlando del suo libro appena uscito, e ammette che lui stesso probabilmente sarebbe stato tra gli esclusi.

“Ai miei tempi non c’erano test – spiega Zangrillo – però so bene che a vent’anni non ero certo pronto per essere giudicato idoneo o meno alla professione”. Alle parole del medico di Berlusconi, che hanno suscitato interesse proprio perché venivano da un professionista del settore affermato e molto noto, ha replicato con una lettera al Corriere.it una giovane che fa tirocinio per l’abilitazione da medico chirurgo e studia per l’esame di Stato. Secondo la ragazza il test ministeriale per entrare alla facoltà di Medicina, “con tutti i suoi limiti” è invece l’unico, con quello di Medicina generale, “realmente meritocratico“.

Secondo la neolaureata in Medicina, la presa di posizione di Zangrillo è dovuta al fatto che il test “bypassa qualsiasi tipo di raccomandazione” e quindi “non conta se sei figlio del medico di Berlusconi o del falegname” e spiega che invece nei corsi di specializzazione accade spesso che ad arrivare primi siano parenti e “figli di“. Immediata la replica del medico del San Raffaele, che chiarisce di non aver voluto aprire una questione di carattere personale o familiare, ma che l’intenzione delle sue parole e del suo libro “Ri-animazione. Tecnica e sentimento” (Editrice San Raffaele) a cui fa riferimento l’intervista di “Ok salute” è un’altra.

“Ho tutta l’autorevolezza – spiega – per affermare che quei test non permettono di individuare un buon medico in uno studente che si affaccia alla carriera universitaria”. Poi Zangrillo cita come esempio di test efficaci quelli somministrati da alcune università private, con quesiti logici e di problem solving. E conclude: “La meritocrazia, non è soltanto una bella parola, ma deve tradursi in un sistema efficiente“. Il dibattito continua.