Girolamo Sirchia

La proposta di abolizione del valore legale della laurea non è affar nuovo. L’ha lanciata per la prima volta nel 1959 il secondo presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi e l’idea è poi ritornata in auge a fasi alterne a partire da quel momento.

L’anno scorso il deputato bolognese del Pdl Fabio Garagnani aveva riproposto l’argomento riaccendendo il dibattito e negli ultimi giorni è stato l’ex ministro della salute Girolamo Sirchia a ritrattare la spinosa questione. Per Sirchia il valore legale del titolo di studio pone, al momento dell’ingresso nelle professioni, tutti i laureati sullo stesso piano, senza considerare la loro effettiva preparazione. E l’effetto è che le università non sono quindi motivate a investire sulla formazione e sul reclutamento di professori di alto livello.

L’idea di Sirchia ha ovviamente riacceso il dibattito. Tra le realtà che si schierano dalla parte dell’ex ministro Confindustria, che vorrebbe sostituire il valore legale con rigorosi strumenti di accreditamento dei corsi di studio per certificarne il valore. Possibilista anche il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che ritiene giusto “rottamare” il valore legale della laurea nell’obiettivo di creare una concorrenza virtuosa tra le università, anche per attrarre più studenti dall’estero.

La Crui, conferenza dei rettori, non si schiera, ammettendo di non avere una posizione ufficiale in materia, nonostante a tratti si sia mostrata possibilista sull’idea di prendere provvedimenti in direzione dell’abolizione. Sono fortemente schierati per il no, invece, i sindacati, l’Udu, la Rete29Aprile, Adu e Andu che sostengono che il provvedimento confligga con il principio costituzionale di pari opportunità.

Secondo questi attori si tratta di una proposta che penalizzerebbe i meno abbienti, discriminandoli poi nel processo di reclutamento professionale. E molti di loro vedono nell’idea un sottile tentativo dei proponenti  di guidare il sistema universitario italiano sulla via della privatizzazione e del profitto privato. In questo modo, secondo i sindacati, si andrebbe inoltre a limitare la libera circolazione dei lavoratori in ambito internazionale, impedendo ai laureati italiani la certificazione delle loro competenze e dunque la partecipazione a concorsi europei.