Bandiera gialla sulla Minerva all'universita di Trieste

Una mosca bianca nella attuale bagarre accademica sul fronte delle “commissioni statuto”. Abbiamo visto nei giorni scorsi come l’esperienza dell’Università di Trieste segua un percorso davvero sui generis rispetto alla necessità di riscrivere gli statuti degli atenei, come richiesto dalla riforma Gelmini. L’università giuliana, nei mesi scorsi protagonista di proteste “trasversali” a tempo di Bandiera gialla (che nella foto qui accanto svetta sulla Minerva di Mascherini) è stata l’unica infatti a istituire l’intera commissione per via elettiva.

Perché proprio a Trieste? E più in generale, quale potrà essere l’impatto dei nuovi statuti sul sistema universitario? Quale l’incidenza dei percorsi democratici per la scelta della commissione? Cerchiamo di capirne qualcosa in più con Daniele Andreozzi, ricercatore di Storia economica aderente alla Rete29Aprile. È stato lui il più votato nell’esperimento triestino, ottenendo 63 suffragi sui 515 totali espressi dal corpo docente.

Nuovi statuti: in che modo possono incidere sull’architettura accademica disegnata dalla riforma?
Non sono ancora in grado di dare una valutazione precisa. Sono stato contrario alla nuova legge in materia universitaria prima della sua approvazione e tutt’ora ritengo che sia una pessima legge. Adesso, però, dobbiamo attuarla e dobbiamo farlo al meglio, cercando di salvare il salvabile e porre le basi per il futuro rilancio dell’università pubblica. Sta quindi a tutti noi che abbiamo a cuore l’università pubblica, e alla nostra intelligenza trovare i modi per incidere in modo virtuoso nel processo statutario. Il come farlo spero emerga proprio nel corso di tale processo.

Quanto è importante rispetto a questo la composizione inclusiva della “costituente”?
Penso che sia fondamentale, forse quasi più dei risultati che si potranno ottenere. Credo, infatti, che la pratica di percorsi condivisi, democratici e trasparenti sia irrinunciabile e unica base del possibile rilancio del sistema universitario pubblico. Solo così, rinsaldando il senso di comunità e appartenenza, si potranno creare le forze necessarie per superare le difficili sfide che ci aspettano. In tal modo si può prospettare un governo dell’università che sia effettivamente ‘pratica dirigente’, e non – come è stato detto nel corso dell’ultima assemblea di ateneo – il mero srotolarsi di un ‘comando’. E non bisogna mai dimenticare che tutto ciò avviene nel quadro di un drammatico definanziamento del sistema universitario pubblico. Quando carriere, possibilità di lavoro, aspettative e, specie per i più giovani e gli studenti, diritti e futuro vengono meno, la tenuta ‘solidale’ della comunità è una risorsa centrale.

Come mai a Trieste questa via si è dimostrata praticabile?
Onestamente non lo so, quando abbiamo chiesto di percorrere questa strada ci sembrava cosa ovvia e normale. Ci siamo accorti che così non era. Devo quindi ringraziare l’Assemblea generale di Ateneo e il rettore per il coraggio dimostrato. Credo che questo e il risultato ottenuto dimostrino – forse stupendomi un po’ – il diffuso riconoscimento della validità dell’idea di università e dei valori espressi da molti ricercatori, studenti e docenti del mio ateneo. Il riconoscimento che, facendo giustizia anche di voci ‘maligne’ che ci indicavano difensori dello status quo, le nostre posizioni sono centrali e credibili per delineare il futuro del nostro ateneo. Tutto ciò rafforza l’Università di Trieste e, nelle difficoltà anche morali in cui versa la nostra democrazia, rappresenta un segnale molto importante.

Come ricercatore e membro della Rete29Aprile, quale pensi possa essere il tuo contributo?
Mi devo ripetere. Il mio contributo personale è irrilevante. Leggo nel risultato elettorale non un riconoscimento di mie eventuali capacità, ma, appunto, il riconoscimento della validità dell’idea di università e dei valori espressi negli ultimi mesi da gran parte del mondo universitario e che, per quanto riguarda i ricercatori, hanno trovato punto di riferimento nella Rete 29 aprile. Quindi il mio ruolo sarà quello di dar voce alle idee e alle intelligenze di tutti noi; solo queste potranno far sì che il nuovo statuto, per quanto possibile, sia ‘buono’ e abbia anima e gambe tali da poter sostenere il futuro dell’università.