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La precarietà avanza sempre più, tanto che tre quarti dei giorni lavorati negli ultimi tre anni dai quasi 22mila neolaureati dell’Università “La Sapienza” sono stati con contratti a termine, spesso molto brevi: nel 40 per cento dei casi addirittura solo una settimana. Lo rivela uno studio dello stesso ateneo romano, il quale riferisce inoltre che nel triennio in esame ogni neolaureato ha firmato in media 3,6 contratti che, nei settori più precarizzati, diventano addirittura 5.

I dati in questione sono stati raccolti e elaborati nell’ambito del progetto UNI.CO. che consiste in un incrocio di banche dati tra l’archivio amministrativo della Sapienza e quello delle comunicazioni obbligatorie nazionali del Ministero del Lavoro.

Dallo studio emerge in maniera evidente anche un certo sottoutilizzo dei neolaureati rispetto al tipo di professionalità che essi hanno. Nonostante ciò, circa il 25 per cento del campione analizzato riveste una qualifica elevata, in particolare tra i laureati in Ingegneria, Chimica farmaceutica ed Economia.

Il settore che più di tutti si caratterizza per la frammentazione del lavoro è quello della formazione, nel quale pur essendoci una elevata richiesta di laureati c’è anche un livello di precarietà cinque volte superiore alla media, con contratti che spesso durano solo un giorno. “È curioso notare come a produrre questa precarietà estrema del settore educativo siano proprio gli enti pubblici, cioè scuole e comuni” osserva Pietro Lucisano, professore di Pedagogia sperimentale e direttore scientifico del Sistema Orientamento Università Lavoro.

I risultati dello studio sono significativi tanto per l’università, chiamata a riflettere sull’adeguatezza della sua offerta formativa, quanto per le imprese, poiché mostrano chiaramente quale sia la loro “domanda di lavoro”. L’indagine della Sapienza smonta infatti l’assunto secondo il quale non ci sono neolaureati adatti alle professionalità richieste dalle aziende e mostra invece una realtà diversa, secondo la quale sono le offerte di lavoro a non essere adatte alle qualità dei laureati. “Se le imprese non investono in ricerca e sviluppo – spiega Lucisano – e di conseguenza in profili professionali di alto livello, il nostro Paese è destinato al declino”. Non trovare offerte di lavoro adeguate alle proprie competenze spinge infatti molti neolaureati ad andare all’estero oppure ad adattarsi a fare lavori di basso livello, perdendo così le abilità che hanno acquisito durante il loro percorso universitario.

Nel quadro poco rassicurante tracciato dallo studio della Sapienza emerge però anche un dato positivo. Infatti i laureati tendenzialmente ricoprono posizioni adeguate al loro titolo di studio, dimostrando che la laurea continua ad essere utile per trovare un lavoro qualificato. Infine il numero dei contratti stipulati lascia intuire che non è il lavoro a mancare, ma che bisogna riqualificarne il sistema trovando i modi per renderlo competitivo dal punto di vista economico senza costringere i giovani ad un avvenire di precarietà.