stage commessi università orientale

stage commessi università orientale

Stage per commessi offerti a brillanti laureandi. Gli studenti dell’Università Orientale di Napoli l’hanno chiamata la “farsa degli stage”. Dopo essersi visti arrivare sulla casella di posta la newsletter d’ateneo che segnalava tirocini in importanti catene di negozi di abbigliamento hanno stropicciato gli occhi increduli. E invece era proprio così, il “career service dell’Università consigliava loro di fare esperienza piegando abiti di lusso.

Dalle pagine del Corriere della Sera gli studenti dell’ateneo partenopeo hanno allora lanciato l’allarme: non è possibile, non è giusto, essere presi in giro così, “non serve una laurea per fare il commesso“. Ma la farsa, purtroppo, non è solo all’Orientale.

Li chiamano sistemi universitari di orientamento al lavoro, servizi di placement, sportelli stage, e sono degli apparati che gli atenei hanno istituito dopo che la riforma universitaria del 3+2 ha reso obbligatorie le esperienze di stage e tirocinio all’interno del percorso formativo degli studenti.

Un’idea niente male, che avrebbe dovuto restituire ai percorsi di studio quel pizzico di esperienza sul campo che invece mancava. Così lo stage, che per legge è un’esperienza formativa con il compito di favorire il passaggio dal mondo dello studio a quello del lavoro, è sembrata a tutti la soluzione migliore.

Centinaia di ore di tirocinio sono state inserite all’interno dei curricula formativi degli studenti come obbligatorie o fortemente consigliate, senza che venisse effettuato poi dagli atenei un controllo durante e dopo l’esperienza, per assicurarsi che fosse stata realmente formativa. E così, lo stage in Italia ha assunto le sembianze di un vero e proprio rapporto di lavoro, con la piccola particolarità di non essere retribuito. Gli stagisti, insomma, hanno presto occupato il posto dei paria del mercato del lavoro.

Dai risultati del sondaggio presentato da Isfol insieme alla Repubblica degli Stagisti, al “JobOrienta 2009“, emergeva esattamente questo. Tutor prestanome, progetti di stage inesistenti, ricatti sull’orario di lavoro e sulla durata dell’esperienza per il rilascio dell’attestato, peraltro nella maggior parte dei casi indispensabile al conseguimento della laurea. Non è già qui la farsa?

Ma non bastava. Lo scandalo esplode quando è la stessa università a mischiare le carte in tavola, spacciando quelli che potrebbero essere lavoretti per studenti, utili a mettere da parte qualche euro, in esperienze non retribuite perché “formative”. In questo modo si instaura il circolo vizioso: il contratto di stage diventa un contratto a costo zero per le aziende che in tempi di crisi lo preferiscono a qualsiasi tipo di vincolo, e intanto paradossalmente gli stagisti laureandi tolgono ai neolaureati anche quelle poche opportunità di fare il loro ingresso nel mondo del lavoro. Ecco che l’Italia “è una repubblica fondata sullo stage”, come scriveva ironicamente Beppe Severgnini tempo fa.

Il caso dell’Orientale portato all’attenzione dagli studenti increduli davanti a proposte di tirocinio da Louis Viutton e Ferragamo, però, non è l’unico né il primo. Sono già anni che gli sportelli universitari per l’orientamento al lavoro non filtrano più proposte simili, e così accanto ai tirocini ministeriali sono spuntati come funghi gli stage per sales assintent, banalmente detti “commessi”.

Ma se la laurea non serve per fare il commesso, hanno fatto notare alcuni studenti nei giorni scorsi, non serve nemmeno per passare intere giornate a fare fotocopie, come spesso succede agli stagisti nei corridoi delle pubbliche amministrazioni. Con questa consapevolezza è inevitabile il paragone con l’estero, dove le università segnalano esperienze realmente formative e coerenti con il percorso di studio. Dove lo stage funge effettivamente da raccordo tra lo studio e il lavoro. E ancora una volta, il confronto non regge.

Claudia Bruno