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La laurea? Non è sufficiente per ritagliarsi un posto nel mondo del lavoro. Così la pensano sei ragazzi su dieci, convinti che studiare non basti per assicurarsi un futuro. Questo è il risultato di un sondaggio online, condotto dal Gruppo Sanpellegrino tra 11.011 laureati e studenti universitari, volto a individuare quali possano essere le cause della difficoltà dei giovani a trovare lavoro.

Stando al sondaggio, gli ostacoli più grandi per trovare un lavoro una volta conseguiti il diploma o la laurea sono la scarsa propensione delle aziende ad assumere e il blocco del turnover (rispettivamente per il 26 e il 25 per cento degli intervistati), mentre un 16 per cento sostiene che non sia riconosciuta l’esperienza maturata. Tuttavia, solo poco più del 20 per cento dei giovani che hanno risposto alle domande del Gruppo Sanpellegrino andrebbe a cercare fortuna all’estero.

Sono soprattutto gli studenti universitari a sentire il peso del blocco del turnover (il 31 per cento) e della scarsa propensione ad assumere. Per il 36 per cento dei laureati, invece, le difficoltà maggiori per entrare nel mondo del lavoro sono da imputare equamente alla poca attitudine al rischio e all’innovazione, ai costi troppo elevati del lavoro e al mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Nonostante tutto, i giovani italiani non abbandonerebbero il loro Paese, tanto che solo il 24 per cento dei partecipanti al sondaggio del Gruppo Sanpellegrino vedrebbe il suo futuro fuori dall’Italia. Il 16 per cento dei laureati infatti non vorrebbe trasferirsi all’estero per potersi affermare e costruirsi un avvenire in Italia, mentre il 20 per cento degli studenti è piuttosto scettico e non crede che fuori dal nostro Paese la situazione del mercato del lavoro sia molto diversa. La percezione comunque è che al di là dei nostri confini ci sia più meritocrazia e trasparenza negli avanzamenti di carriera (19 per cento dei laureati).

In generale si avverte una certa sfiducia nel fatto che l’Italia possa crescere (lo pensa solo il 21 per cento degli universitari) e nelle istituzioni stesse (Stato ed enti locali) che, secondo il 31 per cento degli intervistati, dovrebbero fare incontrare giovani e aziende. E se da una parte questo compito spetterebbe anche alle università (19 per cento), dall’altra il 29 per cento degli studenti si aspetta molto di più dalle strutture di coordinamento tra domanda e offerta di lavoro.

Per sfruttare al meglio la nuova forza lavoro, secondo i giovani che hanno risposto al sondaggio le aziende dovrebbero premiare maggiormente il merito (39 per cento degli studenti) e facilitare l’integrazione attiva delle risorse nei progetti aziendali (19 per cento dei neolaureati). C’è poi chi chiede alle aziende di attivare e investire in percorsi di formazione più incisivi (15 per cento) e chi crede che le imprese debbano aiutare i giovani anche a livello di welfare aziendale (14 per cento).

L’attuale contesto impedisce ai giovani di fare progetti a lunga scadenza e solo il 33 per cento dei laureati e il 37 per cento degli studenti riescono vedersi da qui a 10 anni. A prevalere è la sfiducia: il 15 per cento pensa che tra 10 anni si troverà all’estero, il 18 per cento che avrà ridimensionato sogni e ambizioni o che farà un lavoro diverso da quello per il quale ha studiato e investito tempo e denaro, mentre il 7 per cento prevede di non riuscire a costruirsi una famiglia a causa della precarietà. Solo il 9 per cento dei laureati e il 6 per cento degli universitari si vede pienamente realizzato.