Veterinari

Hanno un reddito medio tra i più bassi se confrontato a quello degli altri professionisti. E le facoltà presenti in Italia sono il triplo di quelle di altri Paesi europei, un totale di 15 sulle 69 sparse nel Vecchio continente. Insomma, denuncia il Sindacato veterinari liberi professionisti (Sivelp), le università sfornano troppi “medici degli animali” e questo significa per tanti un destino di disoccupazione, precarietà e comunque redditi bassi, in media 800 euro nella fascia tra i 25 e i 34 anni, con molti giovani obbligati a lavorare gratuitamente nella speranza di trovare un varco attraverso il quale immettersi nel mondo del “lavoro retribuito”.

“Per indurre i giovani a frequentare queste facoltà abbiamo visto di tutto – spiega il segretario del Sivelp Angelo Troi -, dall’ammiccante foto del lupo che invoglia a curare i selvatici (ambito occupazionale esiguo, per non dire inesistente) alle allusioni all’utilità del titolo di studio per entrare nel Sistema Sanitario nazionale“.

Il sistema universitario dunque, a giudizio del sindacato dei liberi professionisti in veterinaria, non informa correttamente e fa affidamento sulla possibilità di un impiego nel settore pubblico attraverso un concorso che lo stesso Troi definisce “una stella cometa” nel senso che sce n’è uno ogni dieci anni”. I 1.200 studenti che ogni anno concludono l’iter di studi basterebbero a coprire le necessità occupazionali di un decennio. Eppure negli ultimi dieci anni si è registrato un aumento del 32,9 per cento dei veterinari, che attualmente superano le 27.500 unità.

Per garantire la concorrenza nel settore l’Authority Antitrust ha chiesto di rivedere il sistema del numero chiuso, proprio mentre da altri professionisti come architetti e avvocati arriva la richiesta di un restringimento degli accessi.

Rispetto al numero chiuso, il segretario del Sivelp spiega che in realtà si tratta di una questione di importanza relativa. L’attenzione andrebbe a suo avviso posta sul tema della “selezione” all’interno degli atenei. “Ai miei tempi su 200 iscritti se ne laureavano 60 – spiega Troi – Oggi il 99 per cento degli studenti raggiunge il traguardo senza troppi ostacoli”.

Tirocini obbligatori e specializzazioni interne ai corsi di laurea sarebbero un utile strumento per avviare al lavoro i neolaureati. D’altro canto anche l’Europa chiede alle università italiane di far fare agli studenti più attività pratica. E per quanto riguarda le specializzazioni, la loro utilità è legata al fatto che sono ancora pochi i veterinari formati per gestire allevamenti o per fare controlli di sanità pubblica.