stop didattica: sciopero bianco ricercatori

stop didattica: sciopero bianco ricercatori

Niente più didattica, solo ricerca. Protesteranno così nei prossimi mesi i ricercatori italiani, contro una riforma universitaria che si sentono mal cucita addosso.

Lo “sciopero bianco“, com’è stato soprannominato, parte dal malcontento dei ricercatori nei confronti del ddl Gelmini, in corso di approvazione al Senato,  che non tiene conto del loro prezioso contributo nello svolgimento delle attività di formazione universitaria, e ne penalizza la carriera con le nuove norme previste per il reclutamento.

Una protesta cominciata nelle aule della Federico II di Napoli, ed uscita allo scoperto con il caso dei ricercatori di Torino che la settimana scorsa hanno ufficialmente annunciato di voler rinunciare alla didattica a partire dall’anno prossimo. Adesso lo sciopero si fa strada negli altri atenei dello stivale, mettendo a repentaglio buona parte delle attività didattiche universitarie.

A fare lezione e tenere corsi nelle facoltà italiane, sono infatti anche e soprattutto i ricercatori. Nonostante la legge non lo richieda, questo tipo di attività spesso e volentieri viene svolta da loro a titolo gratuito per “dare una mano” e sopperire alle carenze globali degli atenei. Un meccanismo che pian piano ha sottratto tempi ed energie alla ricerca pubblica, che da priorità si è trasformata in optional.

Contro questo sistema si estende dunque lo “sciopero bianco” che sta trovando adesioni in diverse città universitarie: oltre a Napoli e Torino, anche Genova, Pisa, Firenze, Siena, Cagliari, Milano, Bologna. A fare da raccordo tra i ricercatori di tutta Italia è il Coordinamento nazionale dei ricercatori universitari, che mercoledì 24 incontrerà il Miur per un confronto.

Uno scenario preoccupante e senza precedenti, quello che si profila se la maggior parte dei ricercatori deciderà di effettivamente di astenersi dalla didattica frontale. Molte cattedre, infatti, rischiano di restare scoperte e di essere assegnate a docenti già di ruolo o a insegnanti volontari reclutati all’esterno. Nel caso in cui dovesse verificarsi la prima ipotesi, però, alcuni docenti hanno già annunciato che saranno solidali ai ricercatori e non accetteranno quindi ulteriori corsi.

Claudia Bruno