Risultati del referendum studentesco della Rete della Conoscenza

Sono stati resi noti i risultati di “Diritti al futuro”, il referendum promosso dalla Rete della Conoscenza su scuola, università e futuro. Ai sette quesiti della consultazione, svoltasi tra il 15 Aprile e il 4 Maggio, hanno risposto in totale quasi 100mila studenti e ne è venuta fuori una sorta di foto di gruppo di un’intera generazione e di un particolare momento storico, con le sue peculiarità socio-culturali.

Dagli esiti del referendum della Rete della Conoscenza è emerso che la precarietà e la difficoltà nel trovare un lavoro – soprattutto uno in linea con i propri studi – rappresentano la paura più grande per i giovani tra i 16 e i 30 anni (ha risposto così il 73 per cento dei votanti). Una minoranza mostra preoccupazione rispetto alla qualità dell’insegnamento (9 per cento) o teme l’interruzione forzata  degli studi per difficoltà economiche (un altro 9 per cento).

Altri temi “caldi” sono la querelle pubblico/privato e l’autonomia scolastica: il 62 per cento dei votanti non vuole affatto i privati in università, cda, fondazioni; il 26 per cento, invece, capisce l’utilità dei privati per la situazione economica, spesso nerissima, degli atenei, ma ritiene che debbano comunque restare estranei alla didattica.

E se il problema principale sono i continui tagli dei fondi statali per il diritto allo studio, i giovani che hanno partecipato al referendum della Rete della Conoscenza vorrebbero che fossero adottati anche in Italia provvedimenti come il reddito di formazione (presente in Nord Europa), considerato una risorsa per stimolare gli studenti. C’è meno entusiasmo per il prestito d’onore, di origine nordamericana – visto con favore solo dal 3,65 per cento – che crea debiti, anche se a tassi agevolati. Ciò che emerge è invece la necessità di borse di studio su base nazionale per chi non abbia i mezzi (45 per cento) e per chi, tra i meno abbienti, mostri particolari capacità (25 per cento, mentre per il 15 per cento a contare devono essere solo le capacità).

Il 77 per cento dei votanti del referendum della Rete della Conoscenza ritiene inoltre che il passaggio, spesso problematico, dall’università al mondo del lavoro sia da agevolare con stage promossi dagli atenei. E il numero chiuso? Il 30 per cento non lo contesta, purché limitato alle facoltà per cui lo prevede l’UE; il 57 per cento vorrebbe le università totalmente aperte, il 12 totalmente chiuse. Da segnalare anche il parere favorevole, espresso dal 48 per cento dei votanti, a una valutazione (Invalsi e simili) che aiuti a mantenere e migliorare la qualità dello studio. A tale ipotesi si è mostrato avverso solo il 27 per cento degli studenti.

Insomma, il referendum della Rete della Conoscenza non solo ha avuto un ottimo riscontro quanto a numero di partecipanti, ma parrebbe aver posto le basi per una forma reale di partecipazione informata da parte degli studenti ed ha toccato e riaperto questioni sulle quali il dibattito, dentro e attorno alle università, non è mai terminato.