Ministero dell'Istruzione

La riforma dell’università attende ancora di essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma lo staff del ministero dell’Istruzione è già all’opera per predisporre i decreti attuativi e per rispondere alle sollecitazioni del capo dello Stato. Il presidente Napolitano, infatti, all’atto della promulgazione aveva sottolineato in una lettera al presidente del consiglio Berlusconi alcune criticità.

Ora al dicastero di viale Trastevere si ragiona su come modificare il testo nella “fase 2” della riforma in relazione agli aspetti problematici sottolineati dal Colle. In particolare, si ragiona sulla quota di riserva per le borse di studio basata sul criterio dell’appartenenza territoriale, che Napolitano ha giudicato non coerente con un approccio meritocratico. Poi ci sarà da mettere mano alla questione dei limiti relativi al reddito tra i requisiti scientifici e professionali dei professori a contratto e dei lettori in lingua straniera, ritenuti dal Colle “di dubbia ragionevolezza“, e infine la disciplina che riguarda i professori aggregati.

Riguardo a quest’ultimo punto, lo sguardo del Quirinale si è appuntato sulle modalità di attribuzione del titolo di professore aggregato ai ricercatori a tempo indeterminato. Il Colle chiede di valutare la eventuale soppressione del comma 5 dell’articolo 6, che consente di conservare il titolo anche durante l’anno in cui i ricercatori svolgono corsi e moduli oltre che nei periodi di congedo straordinario, di norma l’anno successivo a quello di insegnamento. L’onorevole Paola Frassinetti, relatrice del provvedimento alla Camera, ha già fatto sapere che la norma è frutto di una svista. Un errore formale alla Camera ha portato alla ripetizione di due commi che prima abrogano parte della legge 230/2005 e poi fanno riferimento proprio a quella parte di testo abrogata.

Per affrontare le questioni sollevate dal Colle si va profilando la soluzione di predisporre un decreto corretivo o interpretativo “ad hoc”, con pochi articoli finalizzati esclusivamente a cancellare gli aspetti contraddittori. L’alternativa – che pare essere quella preferita dal ministro dell’Università Mariastella Gelmini e dai suoi tecnici – sarebbe quella di inserire una norma interpretativa in sede di conversione del decreto “milleproroghe”.

Subito dopo si potrà partire con i decreti attuativi: i primi saranno emanati con molta probabilità tra febbraio e marzo, ma per giungere ai circa 40 previsti passeranno ancora altri mesi, durante i quali, come auspicato dal presidente della Repubblica, dovrà riprendere il dialogo con tutte le componenti universitarie per giungere a provvedimenti il più possibile condivisi.