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Non molto tempo fa il ministro Profumo ha parlato di atenei a rischio fallimento per il taglio dei fondi e anche nell’ultimo rapporto sull’Istruzione dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) si punta il dito contro le spese per l’università, giudicate carenti. La cifra che l’Italia stanzia ogni anno per studente è nella media dei principali Paesi avanzati, ma si spende molto poco per l’istruzione terziaria. Gli atenei italiani, infatti, hanno perso dal 2007 ben un miliardo di euro di investimenti da parte del Fondo di finanziamento ordinario. E così, se per le “baby pensioni” spendiamo annualmente 9,4 miliardi di euro, le nostre università devono accontentarsi di 6,6 miliardi (a fronte di un investimento di 7,6 nel 2007).

Secondo i dati raccolti nel rapporto OCSE sull’Istruzione, in Italia la spesa pubblica per l’istruzione universitaria è solo l’1 per cento del PIL, contro una media dell’UE a 21 che si attesta all’1,3 per cento e una media dei Paesi OCSE dell’1,5 per cento. In media spendiamo per ciascuno studente 9.553 dollari, il 30 per cento in meno rispetto ai membri dell’OCSE e dell’UE a 21 (rispettivamente 12.958 e 13.717 dollari). E gli studenti universitari italiani pagano le tasse più alte dopo quelli inglesi e olandesi.

La necessità di maggiori investimenti è evidente anche raffrontando la spesa annua italiana con quella di Francia (14.079 dollari) e Germania (15.390 dollari). A migliorare la situazione non è bastato l’attuale sistema di finanziamenti a pioggia per le università, che non ha aiutato a puntare sulle nostre istituzioni più competitive, che fanno crescere la ricerca e attraggono studenti dall’estero.

A fronte di ciò, il rapporto OCSE sull’Istruzione rivela che la spesa è in linea con gli altri Paesi per quanto riguarda la scuola, anche se qui il problema è rappresentato da come vengono spese le risorse investite. Rispetto alla media, infatti, il nostro Paese ha una spesa per studente più alta nonostante la popolazione scolastica si sia ridotta di circa 2 milioni di unità.

Dove invece siamo molto carenti in quanto a investimenti è il settore “Ricerca & Sviluppo”. Nel 2010 abbiamo speso solo l’1,26 per cento del PIL, molto al di sotto della media dei Paesi dell’Unione Europea (l’1,91 per cento) e meno di Francia (2,26 per cento), Germania (2,82 per cento) e Regno Unito (1,77 per cento). Solo Polonia, Turchia, Ungheria e Repubblica Ceca investono meno del nostro Paese in questo settore.

Altro tasto dolente indicato dal rapporto OCSE sull’Istruzione è il tasso di abbandono scolastico (18,8 per cento, l’obiettivo per il Paesi UE è di ridurlo al 10 per cento entro il 2020) e i circa due milioni di giovani tra i 15 e 24 anni che non studiano e non lavorano. Anche il livello di partecipazione al mercato del lavoro di chi ha un livello di istruzione più elevato è in controtendenza rispetto alla media dei Paesi OCSE, dove i laureati hanno migliori prospettive a livello lavorativo. In Italia, infatti, se è leggermente aumentato il tasso occupazionale dei diplomati (dal 72,3 al 72,6 per cento) è invece calato sensibilmente quello dei laureati (dall’82,2 al 78,3 per cento).

Ancora troppo bassi anche i livelli di istruzione della popolazione italiana. Secondo l’annuario 2012 dell’ISTAT, in Italia ad aver raggiunto il diploma di istruzione secondaria è il 34,5 per cento della popolazione, mentre solo l’11,2 per cento ha terminato l’università.