intervista ricercatori alberi

intervista ricercatori alberi

“I ricercatori non crescono sugli alberi”, non è solo un monito a metà tra l’ironia e la voglia di cambiare le cose, ma è anche il titolo del libro appena pubblicato da Laterza. Un saggio che introduce e dettagliatamente spiega la situazione attuale della ricerca in Italia, attraverso la testimonianza diretta di due ricercatori del Cnr, Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi. Entrambi fisici, entrambi specializzati all’estero. Cervelli fuggiti, insomma, ma poi tornati a fare ricerca in Italia. Li abbiamo intervistati.

Molti studenti universitari hanno smesso di pensare alla ricerca come una possibilità di futuro. Chi è il ricercatore, che tipo di giornate vive, e soprattutto vale ancora la pena sognare una vita da ricercatore?
Fare ricerca è sicuramente un privilegio, quando lo si fa con passione. Un ricercatore ha il privilegio di essere pagato per pensare e per risolvere problemi che spesso lo assorbono completamente anche oltre il normale orario di lavoro. In Italia purtroppo le capacità e l’iniziativa dei giovani sono spesso soffocate da un sistema che non ha nessun interesse a valorizzarli. Inoltre non dimentichiamoci che la ricerca dovrebbe essere un settore di importanza strategica per un paese come il nostro. Solo la capacità di innovazione ci può permettere, nel lungo periodo, di competere con i paesi emergenti in cui la mano d’opera costa meno di un decimo che da noi. Solo la ricerca potrà dare delle risposte alla crisi ambientale ed energetica.

Quali sono stati i motivi della progressiva separazione tra i due principali compiti dell’Università – l’insegnamento e la ricerca – e quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine di questo modello culturale?
Il motivo è uno e semplice: il completo abbandono a se stesso del sistema universitario e della ricerca. Senza una programmazione ed una visione prospettica lungimirante il sistema si avviluppa su se stesso creando delle dinamiche primitive in cui il più forte vince ed il più debole soccombe, senza lasciare spazio a nessun’altra logica. Nei dipartimenti dove si fa ricerca di una qualche importanza c’è ancora uno stretto legame con un insegnamento di qualità. La ricerca e l’insegnamento sono complementari ed un insegnamento di qualità in genere si sviluppa in un ambiente creativo dove si svolge ricerca di avanguardia. Se la ricerca viene abbandonata a se stessa sarà tutto il sistema universitario a risentirne, cosa che infatti inizia ad accadere. Gli errori di oggi si pagheranno più salati domani, in quanto avranno effetti ben peggiori a lunga scadenza.

Nel vostro libro scrivete più volte che “la ricerca in Italia è trattata come una sorta di bene di lusso cui si può rinunciare quando i soldi scarseggiano”. Perché succede secondo voi, e come dovrebbero andare le cose invece?
Innanzitutto bisogna distinguere quello che ha fatto il governo Prodi da quello che hanno fatto i due governi Berlusconi. Nel primo caso c’è stata una gestione disattenta ed approssimativa accompagnata da dichiarazioni roboanti su quello che si sarebbe voluto fare per l’univerisità e la ricerca. Ci sono stati dei tagli, ma sono stati limitati. Si sono fatte delle cose sbagliate, come ad esempio la stabilizzazione dei precari degli enti di ricerca, ma soprattutto non ci sono state l’attenzione e la cura necessarie verso il sistema università-ricerca. Nel governo Berlusconi invece i tagli sono stati enormi, tanto che alcune università non saranno in grado di pagare gli stipendi ai propri docenti nel prossimo futuro. E le riforme sono state a senso unico: rafforzare i forti, i baroni, i rettori, prendendosela con i deboli, ovvero con chi sta ancora ai margini del sistema universitario. Il fatto è che il “ritorno” per l’investimento sull’istruzione superiore e la ricerca richiede tempi lunghi, così come un intervento di riforma serio. Nessuno ha il tempo, la voglia e le capacità di gestire questo sistema, parliamo della classe politica ma anche della classe dirigente di atenei e centri di ricerca, certo con le dovute eccezioni.

Sempre più spesso si parla della ricerca come di un settore che tra qualche anno sarà inglobato dal sistema imprenditoriale. Voi invece spiegate che la privatizzazione della ricerca è un falso mito. Perché la ricerca deve essere pubblica?
Per come la vediamo, il sistema universitario italiano si trova tra l’incudine e il martello. Da una parte ci sono i sostenitori dello status quo, che hanno interesse a difendere le loro posizioni ostacolando ogni riforma che potrebbe cambiare profondamente il sistema attuale, pur restando nell’ambito pubblico. Il martello è invece rappresentato dai tanti che propongono un semplicissimo e, a nostro avviso, fallimentare schema ideologico: l’università così com’è non funziona e dunque bisogna privatizzare il sistema. Una volta che si sarà instaurato un meccanismo di mercato, in cui il “migliore” vince, solo le università prestigiose potranno sopravvivere. E questo avverrà perché gli studenti, divenuti i principali finanziatori del sistema privato, sceglieranno di andare nelle migliori università pagando ingenti rette.

A tal proposito, fate il paragone con l’estero..
Certo, non c’è nessun paese al mondo in cui il sistema universitario funzioni in questa maniera e trattare la ricerca e l’istruzione come se fossero un mercato al pari di altri settori economici è davvero miope. Lasciando stare l’Europa, dove il sistema è prevalentemente pubblico, negli Stati Uniti le università private sono affiancate da un sistema pubblico che è certo di minor prestigio ma che fornisce un serbatoio di competenze ed energie per quello privato. Non dimentichiamo che negli Stati Uniti il finanziamento federale alla ricerca è del 65% del totale, a cui si aggiungono i finanziamenti dei singoli stati. Le imprese private contribuiscono per il 5% del totale e le università, che sono enti no-profit, forniscono il resto. Dunque anche in questa situazione è lo Stato che si fa carico della ricerca di base ed i privati contribuiscono per una parte del tutto marginale. Le università e la ricerca di qualità non si fanno per decreto ministeriale o adottando un certo schema ideologico, ma solo se sono sostenute da tutto il sistema.

Parliamo della riforma in corso, a vostro parere sarà in grado di migliorare le cose?
No, qui si pensa innanzitutto a fare cassa tagliando finanziamenti all’università. Il resto è fumo. Il taglio del 20% del fondo di finanziamento ordinario della legge 133/08 – anche detta Tremonti-Gelmini – è una mannaia che si abbatte in modo orizzontale sul sistema, senza un’effettiva analisi del merito, e a farne le spese sono i più deboli, vale a dire i giovani.

Una curiosità: se durante un pranzo di lavoro un collega straniero vi chiedesse cos’è che non va nell’Università italiana, cosa gli rispondereste?
Basterebbe raccontare che nell’università italiana i fisici che hanno un posto permanente e che hanno meno di quaranta anni sono il 2%, mentre il 48% ne ha più di sessanta e il 30% ha età maggiore di sessantacinque anni! Questi sono numeri che fanno impallidire chiunque. In nessun altro paese al mondo troviamo un tale squilibrio tra anziani e giovani, a discapito di questi ultimi. In nessun altro paese i docenti universitari vanno in pensione oltre i settanta anni. L’età è in genere fissata a 65 anni. Fanno eccezione gli Stati Uniti, dove però non si trovano tanti ultrasessantenni e dove i “giovani” sono incentivati ad essere indipendenti e a sviluppare le proprie ricerche in libertà, perché la carriera è basata sul merito scientifico e non sull’anzianità. Si potrebbe poi raccontare – al nostro ipotetico collega straniero – delle procedure di concorso, dei chili di documenti necessari a partecipare e del tempo che passa tra il bando e la chiusura del concorso, o degli esiti. Insomma, parlare con un ricercatore straniero del sistema italiano è difficile perché l’Italia è un mondo a parte, completamente fuori dal mercato del lavoro internazionale.

Ma allora perché siete tornati…
Per ragioni personali, sia affettive che professionali, ma anche per la voglia di contribuire, nel nostro piccolo, a cambiare le cose.

Per saperne di più, segnaliamo il blog degli autori.

Intervista a cura di Claudia Bruno