Giovanni Bussi ricercatore

Giovanni Bussi ha 34 anni, è laureato in Fisica ed è un ricercatore italiano. La sua è una storia normale che però diventa singolare se si considerano le condizioni del settore ricerca nostrano. Bussi, assegnista alla Sissa di Trieste, è uno dei pochi ad aver conquistato un importante finanziamento dal ministero dell’Università e della Ricerca, con il bando Firb, Futuro in ricerca.

Cinquecentomila euro per coordinare autonomamente un progetto di ricerca che ha l’obiettivo di indagare le proprietà, a livello molecolare, dell’acido ribonucleico (Rna): “Sono ovviamente soddisfatto – commenta a Universita.it, che ha ripercorso con il ricercatore le tappe che lo hanno portato a ricevere il finanziamento – si tratta di un’opportunità eccezionale che mi permetterà finalmente di lavorare al mio progetto di ricerca. Avevo già partecipato allo stesso bando due anni fa e ad altri, ma non ero stato selezionato. In questi casi è necessaria anche una buona dose di fortuna, perché viene finanziato solo il 3 per cento circa dei candidati, un centinaio su migliaia di progetti”.

Qual è il suo background?
Sono laureato in Fisica all’Università di Modena e Reggio Emilia, dopo il dottorato di ricerca ho studiato per tre anni e mezzo al Politecnico di Zurigo. Dal 2009 sono ricercatore a tempo determinato alla Sissa di Trieste, che è un’isola felice della ricerca italiana.

Cosa intende? Si riferisce alla qualità?
Anche. Ma la ricerca italiana può vantare un’alta qualità in parecchi istituti, anche statali. Intendo che la Sissa offre maggiori opportunità e libertà ai giovani ricercatori. Un esempio? Il bando Firb prevede che, tra le persone che mi affiancheranno nel progetto di ricerca, ci sia anche un “interno”. Nel mio caso sarà un professore che, fin da subito, mi sta lasciando carta bianca sulla gestione e sulle decisioni da prendere. In altre realtà non accade.

Come gestirà ora il suo progetto?
A breve istituirò un gruppo di ricerca reclutando un paio di persone. Ho la fortuna di avere a disposizione fondi sufficienti per garantire agli assegnisti compensi competitivi a livello internazionale, il che non è per nulla ricorrente in Italia. Ciò mi permetterà di prendere persone molto brave e qualificate. Voglio pubblicizzare il bando perché vi partecipino giovani ricercatori da tutta Europa.

Li cerca all’estero? Non darà una mano ai ricercatori italiani in un periodo tanto difficile?
Credo che ad oggi il vero problema non sia la “fuga di cervelli” di cui tanto si parla. Piuttosto il fatto che qui non venga nessuno dall’estero. È giusto scambiarsi competenze, per questo è importante che i ricercatori italiani si spostino e sarebbe utile che gli stranieri venissero da noi.

Uno dei motivi è che in Italia non offriamo stipendi allettanti, non crede?
Giusto. In più entrare nel sistema di ricerca italiano è difficilissimo e le nostre leggi non agevolano le cose.

A proposito di leggi: pochi giorni fa studenti e ricercatori italiani hanno manifestato nuovamente contro la legge Gelmini, contro i cambiamenti a loro discapito e il trattamento riservato alla categoria. Cosa ne pensa?
Dal mio punto di vista lo spirito della riforma non è così sbagliato. Non è una scelta negativa quella di abolire i ricercatori a tempo indeterminato e di istituire quelli a tempo determinato. Si va nella direzione di un sistema di tipo anglosassone, che è il più stimolante ed è quello che funziona meglio.

Quindi lei è favorevole alla nuova riforma?
No, credo che sia una legge nebulosa e il fatto che sia stata approvata ma che ancora manchino i regolamenti attuativi è una vera barzelletta. In più, come in tutta la legislazione italiana, ci sono troppe regole e troppo complicate. I reali problemi sono due e il primo è che la riforma è fatta male.

Il secondo?
Il taglio dei fondi. Una riorganizzazione del sistema accademico era necessaria ma sarebbe dovuta servire per migliorarne il funzionamento, non per tagliare le ali all’università.

Ultima modifica: 9 novembre ore 9.00