Scontri corteo indignati

Un migliaio di violenti hanno sconvolto la capitale e la mobilitazione di 500 mila “indignati”, il cui intento era quello di portare in piazza una proposta alternativa ma pacifica al “disastro” sociale provocato dalla ricetta neoliberista. Dopo una giornata di battaglia in cui a rimetterci sono stati la città di Roma e il movimento, il bilancio è di una settantina di feriti, tre gravi, 12 arresti e una ventina di persone fermate dalle forze dell’ordine. Piazza San Giovanni, che nelle intenzioni del comitato organizzatore doveva diventare al termine del corteo la piazza delle riflessione e della proposta, è stata per ore ed ore teatro di una estenuante battaglia urbana.

Da una parte un manipolo organizzato di violenti (le ipotesi sulla loro provenienza politica e geografica vanno dai centri sociali del Nord ai ribelli del Sud passando per gli ultras del calcio e gli operai metalmeccanici) che hanno preordinato le modalità di assalto prima al corteo e poi alla piazza: dall’altra le forze dell’ordine, la cui gestione viene in queste ore criticata per non aver arginato a valle l’intrusione di persone nel corteo con mazze e caschi (e come poi si è visto bombe carta e altre armi improprie) e che non sono riuscite a tener testa a un migliaio (chi dice 500, chi 1.500) di violenti incappucciati.

Nel mezzo, in molti casi letteralmente, i “draghi ribelli“, i militanti dell’associazionismo e gli iscritti ai partiti della sinistra, i precari, gli studenti e operai che volevano gridare la loro voglia di cambiamento nel rispetto delle regole. E che spesso, questo va segnalato, hanno lottato contro i cosiddetti “neri” per fermarli e provare a cacciarli dal corteo, talvolta consegnandoli alla polizia, alla quale chiedevano di intervenire in maniera dura. Al di là delle strumentalizzazioni politiche e dei tanti che (puntualmente) buttano a mare le ragioni della protesta pacifica assieme all’acqua melmosa in cui hanno sguazzato anche ieri i violenti, questi episodi non esimono il movimento dal porsi delle domande, come riconoscono anche alcuni suoi esponenti.

Si può proseguire nella mobilitazione facendo a meno di riflettere sul ruolo che in essa gioca questa frangia violenta? Come si fa a espellere dalla protesta, anche rabbiosa, dalla violenza di persone che non sono riconducibili ad alcuna idea costruttiva e “organizzata”? Rispetto agli episodi, pur da deprecare, del 14 dicembre 2010, l’assalto di ieri al corteo pacifico, alla Capitale e alle forze dell’ordine rappresenta un episodio decisamente diverso e più grave proprio per il suo essere pianificato e non riconducibile al “colpo di testa” di qualche giovane. Per la protesta degli indignati questa è una questione in più con cui fare i conti. Altrimenti si rischia che la violenza cieca di una minoranza si saldi con la disperazione delle tante vittime di questa crisi. E a quel punto non si potrà più tornare indietro.