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L’attuazione della legge 240/2010 – la cosiddetta riforma Gelmini – potrebbe mettere pericolosamente a rischio gli atenei del Sud, con una conseguente “nuova e massiccia migrazione di ‘cervelli’ verso il Nord, con il rischio di uno spostamento di migliaia di studenti, di 300 docenti e di cento milioni di euro ogni anno dal sistema universitario meridionale a quello settentrionale”. L’allarme è stato lanciato, in occasione della prima riunione del Forum delle Università del Mezzogiorno che si è tenuta mercoledì scorso a Roma, dal rettore dell’Università della Basilicata, Mauro Fiorentino: “Bisogna cambiare subito la rotta”, ha dichiarato rivolgendosi a quello che sarà il prossimo ministro dell’Istruzione.

“Fino a questo momento – ha spiegato Fiorentino – i problemi del Meridione non hanno trovato un’adeguata percezione nelle linee programmatiche del governo, come più volte ricordato al ministro Carrozza”. I vari decreti approvati al fine di attuare la riforma Gelmini non hanno fatto altro che rimarcare le differenze che esistono tra il mondo accademico del Nord e quello del Sud. In proposito il rettore dell’Università della Basilicata ha ricordato vari provvedimenti, “dalla ripartizione della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) alle modalità di turn-over dei docenti e dei ricercatori, passando per un devastante taglio dei trasferimenti”.

A corredo dell’allarme lanciato, Fiorentino ha fornito alcuni dati da cui emerge la situazione di sofferenza degli atenei meridionali: nel 2012 il Sud ha perso 766 unità di personale, ma le norme permettono solo 78 nuovi ingressi, rispetto ai 185 del Nord su 605 cessazioni. Ne conseguirebbe una migrazione media di circa 300 docenti e ricercatori ogni anno. Per risollevare le proprie sorti e allontanare da sé il rischio di un vero fallimento, gli atenei del Mezzogiorno dovrebbero aumentare le iscrizioni di circa 30mila studenti ogni anno, cosa che sembra inattuabile in questo momento storico. A nulla, invece, servirebbe incrementare le tasse gli iscritti: si tratterebbe solo di una comoda scorciatoia.

Secondo il rettore Fiorentino, ciò segnala “una ‘distrazione’ della politica, che rischia di far pagare la crisi al Mezzogiorno e di mortificare i suoi giovani”. Per ovviare a tutto ciò servirebbero “dei correttivi ai decreti attuativi, valutando gli atenei non per i meriti passati che favoriscono il Nord, ma sui risultati che ogni struttura raggiunge”. Il problema è che in questo momento il sistema universitario non ha al suo interno “alcuna possibilità di imporre questa scelta”, ha concluso amaramente il rettore dell’Università della Basilicata.