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Rapporto Istat Benessere equo e sostenibile 2017: “Ogni 3 laureati che emigrano solo 1 ritorna in Italia”

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Per tre laureati che lasciano l’Italia ce n’è soltanto uno che decide di rientrare. Lo certifica il Rapporto Istat Benessere equo e sostenibile 2017, pubblicato nei giorni scorsi dall’Istituto nazionale di statistica. Secondo il report, nel solo 2016 sono stati 16mila i giovani tra i 25 e i 39 anni con un titolo universitario in tasca che hanno fatto le valigie per cercare all’estero la stabilità e l’affermazione professionale che il nostro Paese non era stato in grado di dar loro. Nello stesso periodo a compiere il percorso inverso e tornare in Italia sono stati in circa 5mila. Meno di un terzo rispetto al totale dei cervelli in fuga.

Scarseggiano le posizioni altamente qualificate

A scoraggiare i laureati e spingerli a varcare i confini sono, secondo il Rapporto Istat Benessere equo e sostenibile 2017, precariato dilagante e scarsità di domanda di professionisti altamente qualificati. Chi resta in Italia si trova per lo più a svolgere lavori che hanno poca o nessuna attinenza con il proprio percorso di studi e con le proprie competenze. A tal proposito, i numeri snocciolati ultimamente dall’Ocse parlano chiaro: questa situazione riguarda il 35 per cento dei lavoratori italiani. Il problema, secondo l’Ocse, sarebbe da imputare allo scollamento tra le richieste del mercato del lavoro e la formazione che i giovani ricevono nelle università. Tuttavia, è curioso che le competenze e le conoscenze dei nostri laureati, inadatte a garantire loro un brillante futuro professionale in patria, si dimostrino adeguate per il mercato del lavoro estero.

Il 76 per cento delle imprese fatica a trovare laureati con competenze digitali

Se il Rapporto Istat Benessere equo e sostenibile 2017 racconta di un esercito di giovani che cercano e trovano fortuna altrove, le imprese di casa nostra imputano proprio alle lacune dei nostri laureati questa situazione. Una recente indagine sulle competenze imprenditoriali e digitali degli universitari italiani ha sottolineato che solo il 30 per cento di loro è in possesso di conoscenze avanzate sugli strumenti digitali applicati al business. A causa di questa “ignoranza” rispetto ai nuovi strumenti, il 76 per cento delle aziende ha dichiarato di trovare difficoltà nel trovare le risorse umane ricercate.

Resta da capire se tali requisiti all’estero siano considerati meno importanti o se dietro a numeri e percentuali non si nascondano altre spiegazioni, che con l’innovazione hanno poco a che fare. Occorre sempre ricordare, ad esempio, che la maggior parte dei nuovi contratti di lavoro sono a tempo determinato. E che non è solo il precariato, ma anche un importante divario salariale rispetto all’estero a spingere le nuove generazioni ad allargare i propri orizzonti oltre i confini nazionali.

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