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Public Funding Observatory EUA 2017: “Per l’università in Italia calano fondi e iscritti”

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L’università in Italia non se la passa molto bene. Non è una novità e l’ennesima conferma arriva dal Public Funding Observatory EUA 2017, l’indagine svolta annualmente dalla European University Association (EUA). Il report che illustra la situazione del sistema universitario in 34 paesi europei per quanto riguarda i finanziamenti pubblici, segnala che da noi sono calati risorse e iscritti. Il ridursi dei fondi per i nostri atenei è in controtendenza rispetto a ciò che avviene in altri paesi finiti sotto la lente d’ingrandimento. Così, mentre Germania e Francia scommettono sui giovani, aumentando gli investimenti in istruzione terziaria, l’Italia finisce nel gruppo dei paesi che il rapporto definisce “in declino e sotto pressione”. Quelli, per intendersi, nei quali il sistema universitario deve fare i conti con finanziamenti pubblici in discesa e aule che si svuotano. Insomma, un club del quale non è certo onorevole far parte.

Dal 2010 al 2016 risorse diminuite del 5,1 per cento

Il Public Funding Observatory EUA 2017 fa notare che i 6,9 miliardi di euro stanziati in favore delle università pubbliche italiane nel 2016 sono il 5,1 per cento in meno di quelli destinati all’istruzione terziaria nel 2010. Tutto il contrario di quanto è avvenuto in Germania, dove nello stesso periodo si è segnato un +33 per cento, e in Francia, dove i finanziamenti sono aumentati del 4,8 per cento tra il 2010 e il 2016. I dati su cui si basa il report provengono da una rete di oltre 100 atenei e 31 conferenze dei rettori, compresa la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui).

Sono in tutto 19 su 34 i paesi nei quali si è evidenziato un calo di investimenti. A farci compagnia ci sono, tra gli altri, Finlandia, Grecia, Regno Unito, Ungheria, Spagna e Lettonia. Non tutti navigano nelle stesse acque. La situazione più grave è quella di Ungheria e Gran Bretagna, che sono stati definiti dal Public Funding Observatory EUA 2017 sistemi “in pericolo”. In quei paesi, infatti, sono calati i fondi ma non le iscrizioni, che anzi sono cresciute. I sistemi universitari di Italia, Spagna e Lettonia, invece, sono definiti “in fase di aggravamento” perché il segno meno sul piano delle risorse si è accompagnato a un calo delle iscrizioni. Da noi tra l’anno accademico 2010-2011 e quello 2015-2016 si sono persi 27.531 iscritti. Come se non bastasse, tra il 2008 e il 2016 è calato del 15 per cento il personale accademico.

Public Funding Observatory EUA 2017: “Calo fondi all’università è scelta politica”

Certo, c’è stata la crisi economica. Eppure altri paesi, come Germania e Danimarca, hanno destinato all’istruzione terziaria risorse che sono aumentate a un ritmo superiore rispetto a quello del Pil. In Italia, invece, i fondi sono stati in costante calo anche quando si è registrato un modesto tasso di crescita. Uno degli autori del Public Funding Observatory EUA 2017, Thomas Estermann, in proposito fa notare che “se il paese cresce ma non investe in università, si tratta probabilmente di una scelta politica“.

Una scelta, in realtà, molto miope. Meno fondi per le università significa anche una minor innovazione. In una economia nella quale è sempre più cruciale formare risorse qualificate e investire in ricerca e sviluppo per poter competere sui mercati, noi rischiamo di restare al palo. Soprattutto perché al calo del finanziamento pubblico non corrisponde un aumento di investimenti privati.

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