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Il ministro Profumo e il futuro dell’università: “Non c’è tempo per una nuova riforma”

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Si è appena conclusa l’ottava edizione di veDrò, la kermesse annuale organizzata dall’omonimo think-net in provincia di Trento. Tra gli ospiti di quest’anno anche il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, che ha parlato di alcuni dei nodi centrali per quanto riguarda il futuro della scuola, dell’università e della ricerca in Italia. Il ministro ha toccato diversi argomenti, dall’aumento delle tasse universitarie per i fuoricorso all’anticipazione dell’orientamento al quarto anno delle superiori, chiarendo comunque che non c’è tempo per una vera e propria riforma.

Una revisione di quella operata dal ministro Gelmini è quindi da escludere, anche perché di riforme “in questi anni ce ne sono state troppe e non sono state portate a regime”. Ma il problema principale è rappresentato dalla mancanza di tempo, infatti, ha proseguito il ministro, per “una revisione complessiva del sistema occorre un’intera legislatura”, non certo i pochi mesi che restano ancora all’attuale esecutivo prima delle prossime elezioni. La soluzione allora è “oliare il sistema, magari facendo leva sull’autonomia delle istituzioni”.

Se da un lato non è possibile rivedere l’intera organizzazione universitaria, dall’altro si possono attuare degli interventi che la rendano più meritocratica e più aperta all’internazionalizzazione. A tal proposito, il ministro Profumo è tornato sulla dibattuta questione dell’aumento delle tasse per chi finisce fuori corso, affermando che “l’istruzione pubblica deve essere pagata dallo Stato con le tasse della fiscalità generale. Ma nello stesso tempo ci vuole più severità con quegli studenti che decidono di prolungare la loro vita nell’università: questi devono pagare un po’ di più, per chi ha un reddito inferiore a 90mila euro significa pagare circa un caffè al giorno”.

Per quanto riguarda invece la ricerca, la proposta di Profumo è quella di varare una sorta di abilitazione internazionale, che, sul modello dell’Erasmus, consenta di far valere i diritti acquisiti negli altri paesi europei “per fare in modo che ai ricercatori italiani venga riconosciuto un background importante e di grande interesse”.

Infine, il ministro ha dato la sua ricetta per permettere agli studenti di scegliere con maggiore consapevolezza e serenità il proprio percorso universitario: ”Credo che la soluzione per i test d’ingresso all’università – ha commentato – sia di farli non all’ultimo momento, ma a primavera”. Insomma, si dovrebbe anticipare tutta la procedura, prevedendo l’orientamento “al quarto anno delle superiori e i test al quinto anno”.

2 Commenti

  1. Ma andatevene a casa, che avete dimostrato di essere peggiori degli altri. Doveva essere il governo dei giovani e vanno a colpire proprio gli studenti che sono i più deboli della società.
    Se si voleva fare un discorso seri si doveva fare diversamente.
    Si doveva dire:
    ok ci sono questi fuoricorso e non è detto sia solo colpa loro, si mettono da parte e si dà loro la possibilità di terminare. Sarebbero risorse sprecate se si ritirassero e non terminassero gli studi, soprattutto per il fatto che dobbiamo incrementare il numero dei laureati.
    Se si sono sostenuti almeno la metà degli esami previsti dal proprio piano di studi togliamo anche il decreto che fa decadere gli studi e tranquillamente cercate di finire(cosa molto importante questa di togliere il decreto e non fare decadere gli studi, importantissima, fondamentale).
    Magari però dovete rinunciare a dei servizi, come mensa, trasporti ed altri servizi universitari. Potete solo fare gli esami. Ed i costi si sarebbero abbassati.
    Per le nuove matricole invece si fa un discorso di controllo per non farli andare fuoricorso, magari portando la laurea a 3 anni.
    Questo perché si vuole ancora mantenere le Università, perché altrimenti ormai si potrebbero benissimo chidere. Le Università sono superate, fuori tempo ormai.

    Siccome questo discorso non è stato fatto, per me questo governo può pure togliere il disturbo. Non vedo l’ ora di poter andare a votare.
    Poi ovviamente ognuno la pensi a modo suo, ma in democrazia contano i voti.

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