Pubblicare la tesi di laurea: come trasformarla davvero in un libro

da | Set 2026 | Tesi di laurea

Dopo la discussione, una tesi finisce quasi sempre nello stesso posto: una cartella sul computer e una copia rilegata in casa dei genitori. Eppure per molti laureati quel lavoro è la cosa più impegnativa che abbiano scritto, e l’idea di trasformarlo in un libro torna presto.

È un’operazione possibile, ma va chiarita subito una cosa: una tesi non è un libro e non lo diventa cambiando la copertina. Sono due testi con destinatari diversi, e il passaggio dall’uno all’altro richiede un lavoro di riscrittura che vale la pena affrontare solo se si sa perché lo si sta facendo.

La differenza sostanziale: chi legge

Una tesi è scritta per una commissione che deve valutare un metodo. Un libro è scritto per qualcuno che ha scelto di comprarlo e può smettere di leggerlo in qualsiasi momento. Da questa differenza discende tutto il resto.

Il lettore di un libro non ha bisogno di sapere quali fonti hai consultato per dimostrare di averle consultate. Non gli serve la rassegna della letteratura, non gli interessa la giustificazione metodologica e salterà a piè pari il capitolo in cui spieghi cosa hanno scritto altri dodici autori prima di te. Vuole la tua tesi, nel senso letterale del termine: cosa sostieni e perché dovrebbe interessargli.

Cosa si cambia davvero, in concreto

1. L’introduzione va riscritta da zero

L’introduzione di una tesi annuncia la struttura del lavoro: nel primo capitolo si analizzerà, nel secondo si procederà a. L’apertura di un libro deve invece dare al lettore un motivo per continuare. Di solito si parte da un caso concreto, una domanda o un dato che sorprende, e si arriva alla tesi. Le pagine che scrivi per prime saranno le ultime a essere riscritte.

 2. La rassegna della letteratura si taglia o si scioglie

Il capitolo dedicato allo stato dell’arte è quello che pesa di più in una tesi e serve di meno in un libro. Non va eliminato del tutto, va distribuito: i riferimenti utili entrano nel discorso quando servono, gli altri escono. È spesso qui che si recuperano trenta o quaranta pagine.

 3. L’apparato di note si alleggerisce

Note a piè di pagina fitte e citazioni infratestuali interrompono la lettura. In un saggio destinato a un pubblico non specialistico si tende a ridurle, spostando i riferimenti in una bibliografia ragionata a fine volume. Chi vuole approfondire la trova; chi legge per interesse non inciampa a ogni paragrafo.

4. Cambia il lessico, non il contenuto

Le formule impersonali («si è proceduto a», «appare evidente come») sono una convenzione accademica, non un obbligo di precisione. Si può dire la stessa cosa in prima persona e con frasi più brevi senza perdere un grammo di rigore. È il singolo intervento che cambia di più la percezione del testo.

5. Serve un titolo che non sia quello della tesi

Il titolo di una tesi descrive l’oggetto della ricerca ed è quasi sempre lungo e specifico. Il titolo di un libro deve incuriosire chi non conosce l’argomento. Il titolo originale, semmai, diventa il sottotitolo.

La parte tecnica: ISBN, deposito legale, distribuzione

Superata la riscrittura, restano gli adempimenti. Sono meno complicati di quanto sembri, ma vanno conosciuti prima di scegliere come pubblicare.

Il codice ISBN identifica il libro e chi lo pubblica: si ottiene dall’agenzia italiana e l’intestazione determina chi risulta editore dell’opera. Il deposito legale, obbligatorio in Italia, prevede l’invio di copie alle biblioteche indicate dalla normativa. Sono passaggi che i servizi di pubblicazione svolgono in genere per conto dell’autore, ma è bene sapere che esistono e a nome di chi vengono fatti.

Sulla distribuzione conviene essere realisti: essere presenti nei cataloghi online e ordinabili in libreria non significa essere esposti sugli scaffali. La copia in vetrina è un’altra cosa e dipende da accordi commerciali che un esordiente difficilmente ottiene.

 Il punto su cui informarsi prima di firmare: i diritti

Chi pubblica per la prima volta raramente sa cosa sta cedendo. È la parte più importante di qualunque accordo, quindi vale la pena leggerla con attenzione, qualunque sia l’interlocutore scelto.

Le domande da porre sono tre, e la risposta va messa per iscritto: l’autore resta titolare dei diritti sull’opera? C’è un vincolo di esclusiva, e per quanti anni? Sono previste royalty trattenute sulle vendite? Un servizio a pagamento che lascia all’autore la titolarità e i proventi è una cosa; un contratto che acquisisce i diritti per un decennio è un’altra.

Anche il preventivo va letto per intero: impaginazione, copertina, correzione bozze, ISBN e deposito legale sono voci distinte, e sapere quali sono incluse evita sorprese. Fra i servizi che seguono gli autori in questo passaggio, pubblicare un libro partendo dalla propria tesi è un percorso ormai codificato, ma le condizioni cambiano molto da fornitore a fornitore.

 A chi conviene davvero, e a chi no

Se l’obiettivo è guadagnare con le vendite, la risposta onesta è che quasi mai succede: la saggistica di esordienti vende poche copie e i numeri di partenza sono modesti per tutti. Ma le vendite non sono l’unico ritorno possibile.

Il libro tratto da una tesi funziona bene in tre situazioni:

  • Come credenziale professionale. Per chi lavora o vuole lavorare come consulente, formatore, libero professionista, un volume a proprio nome sull’argomento in cui si è specializzati vale più di una riga sul curriculum.
  • Come base per un percorso accademico. Una pubblicazione ordinata e citabile è utile per chi punta al dottorato o all’assegno di ricerca, purché il taglio resti scientifico.
  • Come contributo su un tema locale o poco trattato. Ricerche su territori, archivi, storie d’impresa o categorie professionali trovano lettori proprio perché nessun altro le ha scritte.

Non conviene, invece, se la tesi è una compilazione di fonti secondarie senza una posizione personale: in quel caso il libro non avrebbe nulla da dire che non sia già scritto altrove. Una valutazione del manoscritto fatta prima di investire tempo e denaro serve proprio a questo: capire se il testo ha un lettore possibile, e quanto lavoro separa la tesi dal libro.

Quanto tempo serve

La riscrittura è la fase lunga: per una tesi magistrale di duecento pagine si parla di alcuni mesi di lavoro, se ci si dedica qualche ora a settimana. Le fasi successive — correzione bozze, impaginazione, copertina, adempimenti — richiedono in genere poche settimane, ma dipendono dai tempi di risposta dell’autore più che da quelli del fornitore.

Il consiglio pratico è non partire dalla scelta del canale di pubblicazione, che è l’ultimo passo, ma dalla domanda che viene prima: chi dovrebbe leggere questo libro, e perché. Se la risposta esiste, il resto è esecuzione. Se non esiste, nessuna copertina la sostituisce.

In sintesi

Trasformare una tesi in un libro è un lavoro di riscrittura, non di formattazione. Si cambia l’introduzione, si taglia la rassegna della letteratura, si alleggeriscono le note, si abbandona il lessico accademico e si trova un titolo nuovo. Poi vengono ISBN, deposito legale e distribuzione, che sono pratiche.

Prima di tutto questo, però, conviene chiarirsi le idee su due punti: quali diritti si cedono e a chi si sta parlando. Sono le due domande che distinguono un libro pubblicato con criterio da una copia rilegata più bella delle altre.

Pila di libri e quaderni sulla scrivania di un laureato che vuole pubblicare la tesi
Una tesi discussa resta un documento d’archivio: diventa un libro solo se viene riscritta per un lettore.

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