La scuola italiana migliora nella lotta all’abbandono scolastico e registra risultati in lettura superiori alla media internazionale. Restano però alcune criticità, soprattutto per gli stipendi degli insegnanti, gli investimenti nell’istruzione e il numero di laureati.
È il quadro che emerge dai dati OCSE 2026 sulla scuola italiana, presentati il 13 ottobre al Ministero dell’Istruzione e del Merito. Il ministro Giuseppe Valditara ha accolto positivamente i risultati, sottolineando i progressi del sistema scolastico e l’importanza di rafforzare le competenze linguistiche e l’istruzione tecnica.
I dati arrivano dal rapporto Education at a Glance 2026, pubblicato il 29 settembre, e da altre rilevazioni recenti, tra cui PISA 2025 e ISTAT.
Rapporto OCSE 2026, i risultati italiani commentati da Valditara
Uno degli aspetti più incoraggianti riguarda le competenze degli studenti. Secondo l’indagine PISA 2025, l’Italia ha ottenuto 474 punti in lettura, contro i 461 della media OCSE. Un risultato che colloca gli studenti italiani davanti a diversi Paesi europei, tra cui Francia, Germania e Spagna.
Anche in matematica e scienze i risultati sono sostanzialmente in linea con la media internazionale. Rispetto al 2022, inoltre, i punteggi italiani sono rimasti stabili, mentre in diversi Paesi OCSE si è registrato un peggioramento.
Valditara ha interpretato questi dati come una conferma della qualità della scuola italiana, richiamando anche la necessità di rafforzare le competenze linguistiche, soprattutto tra gli studenti che non padroneggiano ancora adeguatamente l’italiano.
Rimane comunque un aspetto da migliorare. Se il 76% degli studenti italiani raggiunge almeno il livello minimo di competenza in lettura, contro il 69% della media OCSE, la quota di chi ottiene risultati eccellenti è ancora inferiore alla media internazionale.
Abbandono scolastico all’8,2%, raggiunto l’obiettivo europeo
Un altro progresso importante riguarda la dispersione scolastica. Secondo i dati ISTAT, l’abbandono precoce dell’istruzione è sceso dall’11,5% del 2022 all’8,2% del 2025, permettendo all’Italia di raggiungere con cinque anni di anticipo l’obiettivo europeo di scendere sotto il 9% entro il 2030.
Valditara ha definito il risultato storico, richiamando anche le stime per il 2026, che indicano un possibile ulteriore calo al 7,3%. Quest’ultima percentuale rimane però una previsione, ancora da confermare.
Nonostante il miglioramento, persistono differenze importanti tra territori e condizioni socioeconomiche. Un segnale positivo arriva anche dai giovani che non studiano e non lavorano, infatti secondo l’OCSE, la quota di NEET tra i 18 e i 24 anni è diminuita dal 30% del 2015 al 16% del 2025.
Classi meno numerose, ma stipendi dei docenti ancora bassi
Il confronto internazionale evidenzia alcune particolarità nell’organizzazione delle scuole italiane. Nel 2024, le classi della primaria contavano mediamente 18 alunni, contro i 21 della media OCSE. Nella secondaria di primo grado gli studenti erano circa 20, rispetto ai 23 della media internazionale.
Su questi numeri incide anche il calo demografico, che ha progressivamente ridotto la popolazione scolastica. Le classi meno numerose possono favorire l’apprendimento, ma non garantiscono automaticamente una migliore qualità dell’insegnamento.
Più complessa rimane la situazione economica dei docenti. Secondo Education at a Glance 2026, gli insegnanti italiani della secondaria di primo grado guadagnano mediamente il 33% in meno rispetto agli altri lavoratori con un titolo d’istruzione terziaria.
A questo si aggiunge il problema del ricambio generazionale. Il 36% degli insegnanti della scuola secondaria ha almeno 55 anni, contro il 25% della media dei Paesi considerati. Rendere la professione più attrattiva diventa quindi una priorità per i prossimi anni.
OCSE 2026, l’Italia ha ancora pochi laureati
Le differenze rispetto agli altri Paesi diventano ancora più evidenti osservando i percorsi successivi al diploma.
Secondo il Rapporto OCSE 2026, soltanto il 22% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, contro il 43% della media OCSE. Anche il vantaggio economico della laurea è più contenuto, i lavoratori laureati guadagnano mediamente il 35% in più rispetto ai diplomati, mentre la media internazionale raggiunge il 54%.
Questi dati confermano l’importanza di rafforzare il collegamento tra formazione e mercato del lavoro, anche attraverso un orientamento universitario che aiuti gli studenti a scegliere percorsi coerenti con interessi e prospettive professionali.
Durante la presentazione, Valditara ha sottolineato anche il ruolo dell’istruzione tecnica nell’era dell’intelligenza artificiale, richiamando l’importanza degli ITS Academy e della filiera tecnologico-professionale.
Investimenti nell’istruzione, la spesa italiana rimane sotto la media OCSE
A completare il quadro ci sono le risorse destinate alla formazione. Nel 2023, la spesa pubblica italiana per l’istruzione, dalla scuola primaria all’università, rappresentava il 3,6% del PIL, contro il 4,2% della media OCSE.
Il confronto cambia considerando la spesa per singolo studente. Nella scuola primaria, ad esempio, l’Italia ha investito mediamente 14.313 dollari per alunno, rispetto ai 12.893 della media OCSE. Una differenza influenzata anche dalla diminuzione della popolazione scolastica.
Nel complesso, il Rapporto OCSE 2026 fotografa una scuola italiana che migliora su diversi fronti, ma che deve ancora affrontare problemi strutturali. La riduzione dell’abbandono e i risultati nelle competenze di base sono segnali incoraggianti. Restano però aperte le questioni legate alla valorizzazione dei docenti, agli investimenti e all’accesso all’istruzione universitaria.


