Le lauree STEM sono considerate da anni uno dei pilastri per la crescita economica, tecnologica e occupazionale di vari Paesi. Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica rappresentano le competenze più richieste dal mercato del lavoro e quelle che garantiscono, in media, i migliori tassi di occupazione dopo l’università. Eppure, in Italia, qualcosa non sta funzionando.
Negli ultimi dieci anni la presenza femminile nei corsi di laurea STEM non solo non è cresciuta, ma è addirittura diminuita, in netta controtendenza rispetto a quanto avviene negli altri grandi Paesi europei.
Lauree STEM e il gender gap in Italia
Il divario di genere nelle lauree STEM resta uno dei nodi più critici del sistema universitario italiano. Secondo i dati ISTAT più recenti, nel 2024 la quota di lauree STEM tra gli uomini ha raggiunto il 36,9%, in crescita rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, però, la quota femminile è scesa al 15%, segnando un arretramento che conferma una tendenza negativa ormai strutturale.
Ma il dato diventa ancora più significativo se osservato dal punto di vista territoriale. Infatti, al Sud la percentuale di donne intraprendono un corso di laurea STEM si ferma al 13%, mentre al Nord arriva al 16,3%. Una differenza che evidenzia come il gender gap non sia solo una questione di genere, ma anche di contesto geografico e di opportunità formative.
Dove si concentrano oggi le principali criticità?
Quando si parla di facoltà STEM si tende spesso a considerarle come blocco unico. In realtà, l’andamento varia molto a seconda dell’area disciplinare scelta e proprio queste differenze aiutano a comprendere dove si concentrano le criticità.
L’area dell’ingegneria, per esempio, rappresenta quasi la metà delle classi di laurea STEM e conta oltre 65.000 laureati all’anno. Nonostante il peso centrale nel sistema universitario, la presenza femminile è lieve, ma in costante calo. La quota di laureate è infatti scesa dal 32 al 31%, confermando come l’ingegneria resti uno degli ambiti più sbilanciati dal punto di vista del genere.
Le scienze naturali, matematiche e statistiche costituiscono invece circa l’8% del totale dei laureati ed è l’unica area STEM in cui le donne restano in maggioranza. Tuttavia, anche qui si registra un arretramento, dove la quota femminile passa dal 60 al 59%.
Il comparto ICT è invece quello che si dimostra più dinamico. Infatti, negli ultimi dieci anni il numero di laureati è cresciuto in modo significativo e quello delle laureate è aumentato. Anche qui, però, le donne rappresentano ancora solo il 18% dei laureati dell’area e l’ICT continua a pesare appena il 2% sul totale dei laureati italiani.
Il confronto con l’Europa
Il confronto con gli altri principali Paesi europei aiuta a capire meglio la specificità del caso italiano. In Francia, Germania e Spagna, tra il 2014 e il 2023, la percentuale di donne che conseguono una laurea in ambito scientifico e tecnologico è aumentata, anche se partiva da livelli complessivamente più bassi rispetto a quelli italiani. In questi Paesi, quindi, pur in presenza di una riduzione del peso complessivo delle lauree scientifiche sul totale dei laureati, la componente femminile all’interno di questi percorsi si è rafforzata nel tempo.
Per l’Italia, invece, la dinamica risulta opposta. Il numero complessivo di laureati in ambito scientifico resta rilevante, ma la presenza femminile continua a diminuire, segnalando un arretramento che non dipende dalla struttura dei corsi, bensì dalle scelte formative e dai meccanismi di orientamento.
È quindi proprio questa divergenza di tendenze, più che il confronto sui valori assoluti, a rendere il caso italiano particolarmente critico nel panorama europeo.
Lauree STEM e lavoro, un paradosso ancora aperto
La riduzione delle iscrizioni femminile alle lauree STEM appare ancora più difficile da spiegare se si osservano i dati sull’occupazione. Le discipline scientifico-tecnologiche sono infatti quelle che garantiscono i migliori risultati nel passaggio dall’università al lavoro.
Nel 2024, tra i laureati di età compresa tra i 30 e i 34 anni, il tasso di occupazione raggiunge l’88,9% per chi ha conseguito una laurea STEM. È il valore più alto tra tutte le aree disciplinari, superiore a quello delle lauree medico-sanitarie e nettamente più elevato rispetto all’area umanistica.
Questo significa che le opportunità professionali esistono e sono concrete, anche per le donne. Eppure, le scelte universitarie continuano a penalizzare proprio i percorsi che offrono maggiori prospettive occupazionali. Un mismatch che mette alla luce il peso di fattori culturali, stereotipi di genere e una percezione ancora distorta delle facoltà scientifiche.
La Settimana Nazionale delle discipline STEM non basta
La Settimana Nazionale delle discipline STEM, in programma dal 4 all’11 febbraio 2026, è il principale momento dedicato in Italia alla promozione delle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. Istituita per aumentare la consapevolezza sull’importanza di questi ambiti, la settimana raccoglie e valorizza iniziative, eventi, laboratori e attività didattiche rivolte a studenti, studentesse, famiglie e scuole.
Tuttavia, sebbene rappresenti un’occasione significativa di visibilità e confronto, la Settimana Nazionale delle discipline STEM da sola non è sufficiente a invertire una tendenza che dura oltre un decennio.




