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Jobs Act anche per i ricercatori. La “Buona Università” dice basta ai precari della conoscenza

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Un Jobs Act anche per i ricercatori universitari, per provare a mettere un freno al precariato della conoscenza. Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sembra essere la strada scelta dal governo Renzi anche per gli atenei, almeno stando alla prima bozza della Buona Università che il Partito democratico ha fatto circolare in un gruppo selezionato di ricercatori, rettori e docenti.

La denominazione scelta è “Contratto unico per l’università” e rappresenta la versione accademica della tipologia contrattuale introdotta nel marzo scorso con l’entrata in vigore del Jobs Act. Attraverso questa e altre misure contenute nella bozza, l’obiettivo del governo è sottrarre il sistema universitario a una serie di vincoli imposti al resto della pubblica amministrazione, per fare in modo che sia più facile assumere ed affidare incarichi. Il tutto a patto che i conti dell’ateneo siano in ordine.

E allora, gli atenei esulteranno per il tanto atteso stop al blocco del turn over? Sì e no. Come detto, la Buona Università darà maggiore autonomia alle singole università e l’introduzione del Jobs Act anche per i ricercatori ne renderà più semplice l’assunzione, ma queste condizioni varranno solo per quelle istituzioni che possono permetterselo economicamente. Chi ha risorse nel proprio bilancio potrà svecchiare il corpo docente e aumentare il numero di ricercatori, indipendentemente dal contestato sistema dei punti organico (che andrà in pensione); per gli altri, invece, se il governo non metterà in campo nuovi investimenti, cambia poco. Perché le nuove assunzioni non potranno essere finanziate con ulteriori aumenti delle tasse.

La bozza della Buona Università, infatti, oltre a prospettare l’introduzione di una versione accademica del Jobs Act, pone anche un tetto invalicabile per la contribuzione studentesca. Gli atenei non potranno più fare cassa sulla pelle degli studenti, già ampiamente vessati da tasse universitarie che nell’ultimo decennio sono cresciute in media del 63 per cento. Vista la situazione economica di molte università, che solo grazie all’incremento delle tasse sono riuscite a mandare avanti la didattica e la ricerca, se non si procedesse a un ampliamento del Fondo di finanziamento ordinario (FFO), la possibilità di assumere rimarrebbe solo teorica. Ancora una volta, dunque, sarà quello delle risorse il principale problema al quale il governo dovrà dare una risposta.

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