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Guardia di Finanza, indagine su oltre 400 docenti universitari per danno erariale. Hanno un secondo lavoro

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Nonostante un contratto a tempo pieno all’università, svolgono un secondo lavoro che sottrae tempo alla didattica e alle altre attività accademiche. Su queste basi sono scattate le verifiche della Guardia di Finanza nei confronti di oltre 400 docenti in tutto il territorio nazionale. Le Fiamme Gialle stanno conducendo indagini per appurare se sussista l’ipotesi di danno erariale. Secondo la normativa, infatti, chi lavora a tempo pieno con la Pubblica amministrazione deve garantire 350 ore di lavoro annuali e l’esclusività del rapporto di lavoro sottoscritto.

Già chiesti 42 milioni di euro di danni a 172 docenti col secondo lavoro

L’indagine della Guardia di Finanza riguarda 411 docenti. In 172 casi sono già state trasmesse segnalazioni alla Corte dei Conti e sono stati contestati in totale 42 milioni di euro di danni. Inoltre, per 14 professori, la cui posizione è risultata penalmente rilevante, sono addirittura scattate denunce per falso a varie procure.

I docenti coinvolti nell’indagine lavorano presso facoltà e dipartimenti di Chimica, Architettura e Ingegneria di 17 atenei. Il record di professori col secondo lavoro spetta alla Lombardia, che conta 60 indagati. In Campania sono 49, nel Lazio 38, in Sicilia 35, in Emilia Romagna 31, in Toscana 30 e in Veneto 23. Praticamente non esiste una regione nella quale non vi sia almeno un docente la cui condotta sia finita sotto la lente d’ingrandimento delle Fiamme Gialle.

Cosa dice la normativa a proposito del secondo lavoro

La legge, in realtà, non vieta tassativamente ai professori universitari e ai ricercatori di svolgere attività autonoma concomitante. Se si vuole unire un secondo lavoro esterno a quello svolto presso gli atenei, è possibile farlo. A patto di optare per il regime a tempo definito. Una sorta di part-time, che prevede un impegno non inferiore alle 250 ore annue, a fronte di uno stipendio più basso rispetto a quello di chi ha un contratto a tempo pieno.

Per quanti firmano un contratto a tempo pieno, infatti, vige il divieto di svolgere attività professionale esterna ed assumere incarichi retribuiti. Salvo alcuni specifici casi previsti dalla normativa. Tra l’altro, anche per gli incarichi che la legge non considera incompatibili, i docenti debbono in molti casi richiedere preventivamente l’autorizzazione all’amministrazione d’appartenenza. Sono, infatti, solo le attività di valutazione e referaggio, le lezioni e i seminari a carattere occasionale, l’attività di collaborazione e consulenza scientifica, quelle di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale e le attività pubblicistiche ed editoriali a poter essere svolte liberamente, senza chiedere il via libera al proprio ateneo.

I 411 docenti finiti sotto inchiesta, invece, pur avendo firmato un contratto a tempo pieno, non svolgono (o hanno svolto) le proprie mansioni in esclusiva presso l’università d’appartenenza. Bensì hanno accoppiato all’attività accademica un secondo lavoro, in molti casi con retribuzioni d’oro, sotto forma di consulenza prestata in favore di enti pubblici e privati.

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