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Professori a contratto, negli atenei italiani è boom di docenze a tempo determinato

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Stabilizzare i ricercatori? Non se ne parla. Aprire le porte a nuovi docenti a tempo indeterminato? Nemmeno per sogno. L’unica categoria che negli atenei italiani conoscerà un vero e proprio boom è quella dei professori a contratto, il cui numero andrà ben oltre il 5 per cento, soglia che rappresenterebbe il limite imposto dalla legge. Questa figura rischia di conoscere un’ulteriore diffusione per via del varo del decreto ministeriale n. 194, che consente di conteggiare anche i professori a contratto per l’accreditamento dei corsi di laurea, istituzionalizzando così la figura del docente precario.

Un professore a tempo determinato – o a contratto – è un docente non stabilizzato, al quale viene offerto un rapporto di lavoro annuale. Questo, oltre a spezzare la continuità di didattica e ricerca, perché in assenza di rinnovi ogni anno potrebbe avvenire un avvicendamento, fa anche sì che a salire in cattedra possano essere neo dottori di ricerca, giovani freschi di specializzazione e docenti appena abilitati. Le cui competenze non sono affatto messe in questione, ma il cui potere contrattuale è sicuramente molto ridotto, al punto che queste figure possono accettare contratti anche a mille euro al mese. Circa un settimo di quanto guadagna un professore ordinario. Indubbiamente un bel risparmio per gli atenei italiani, la cui condizione economica non è di certo florida.

Il boom di professori a contratto negli atenei italiani è previsto a causa delle novità introdotte dal d.m. n. 194 in merito all’accreditamento dei corsi di laurea. Finora era stabilito che vi fosse un numero minimo di professori stabilizzati pari a 9 per i corsi di primo livello e a 6 per quelli di secondo; adesso, invece, i requisiti relativi al corpo docente possono essere raggiunti anche attraverso la contrattualizzazione di professori precari.

E c’è da scommettere che le università non si faranno sfuggire questa occasione. In arrivo, infatti, ci sono nuovi tagli al Fondo di finanziamento ordinario (Ffo): a partire dal 2016 subirà una riduzione di 98 milioni spalmata in tre anni. Senza risorse non si può procedere ad assunzioni e senza docenti non si possono accreditare i corsi di laurea. Non solo quelli nuovi, ma nemmeno quelli già esistenti.

Con il decreto, dunque, il governo sembra aver trovato una soluzione. O quantomeno ci ha messo una pezza. Il rimedio, però, potrebbe rivelarsi peggiore del male: in mancanza di una decisa inversione di tendenza, con l’istituzionalizzazione dei professori a contratto potrebbe non esserci più spazio per chi sogna la carriera accademica.

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