Il rapporto ANVUR 2026 fotografa un sistema universitario in crescita, ma sempre più squilibrato. I numeri parlano chiaro, mai così tanti studenti e mai così tante differenze tra atenei.
Nel 2024/25 gli iscritti hanno raggiunto quota 2.050.112, il dato più alto mai registrato in Italia. Rispetto al 2018/19 significa un aumento di ben 296.000 studenti, pari a un +16,9%. Anche il personale docente cresce, arrivando a 65.617 professori, con un incremento del +20,9%.
Ma il punto non è la crescita, è come questa viene distribuita.
Rapporto ANVUR 2026, la crescita trainata dalle telematiche
Il dato più rilevante riguarda la composizione degli iscritti dato che oltre il 63,7% della crescita complessiva degli ultimi sei anni è dovuto alle università telematiche.
In termini concreti, queste sono passate dal 6,8% al 15% degli studenti totali, con un incremento del +158,6%. Oggi rappresentano infatti un’importante quota strutturale del sistema universitario italiano.
Non si tratta di una crescita dovuta alla mancanza di alternative. Infatti, i dati mostrano che quasi 4 studenti su 5 iscritti alle università telematiche avrebbero comunque un ateneo in presenza raggiungibile entro 60 minuti. Questo significa che la scelta non nasce da un limite dell’offerta sul territorio, ma da esigenze concrete come la possibilità di lavorare, ridurre i costi o gestire in modo più flessibile il proprio tempo.
Il sistema cresce, ma non ovunque
L’aumento degli iscritti non è distribuito in modo uniforme. Nel Nord, circa l’80% degli atenei registra una crescita. Nel Centro il dato scende a 2 università su 3, mentre nel Mezzogiorno quasi 1 ateneo su 2 (48%) perde iscritti.
Il dato diventa ancora più evidente guardando alla mobilità. Nel Sud, quasi 1 studente magistrale su 2 studia fuori dalla propria regione, mentre nel Centro-Nord oltre il 70% resta nel proprio territorio. Per questo l’università continua a essere un forte motore di spostamento verso il Nord.
L’internazionalizzazione aumenta ma resta limitata
Gli studenti con diploma estero sono più che raddoppiati in sei anni, passando da 52.492 a 111.566, pari al 5,4% degli iscritti.
Il dato però resta basso rispetto agli standard internazionali e soprattutto è distribuito in modo disomogeneo:
- 36,3% nel Nord-Ovest
- 28,3% nel Centro
- 22,5% nel Nord-Est
- solo 9,9% nel Mezzogiorno
Questa distribuzione non è casuale. Infatti, le aree che attraggono più studenti internazionali sono anche quelle con una maggiore offerta di corsi di lingua inglese, più connessioni con il mercato del lavoro e una rete di servizi già strutturata per accogliere studenti dall’estero.
Al contrario, le regioni del Sud faticano a intercettare questi flussi, sia per una minore visibilità internazionale sia per un’offerta meno competitiva su questo piano.
Il risultato è un sistema che si muove a due velocità. Da un lato, università sempre più inserite in contesti globali e capaci di attrarre studenti da Paesi come Iran, Turchia e Cina, dall’altro, aree che restano più legate a una dimensione locale.
Abbandoni e percorsi degli studenti
Il sistema è in continua crescita, ma trattiene meno studenti di quanto sembri. Prendendo la coorte 2018/19, dopo sei anni solo il 62,7% degli iscritti ha conseguito la laurea, mentre il 26,4% ha abbandonato. Questo significa che oltre 1 studente su 4 esce dal sistema senza completare il percorso. Le criticità emergono soprattutto all’inizio.
Tra primo e secondo anno, dove il tasso di abbandono è del 13,3% nelle università statali, che scende al 6,4% nelle private, ma sale fino al 18,8% nelle telematiche, in crescita rispetto agli anni precedenti.
I dati ci indicano come la dispersione si concentra nelle fasi iniziali, quando l’impatto con il metodo universitario, l’organizzazione dello studio e le aspettative personali fanno la differenza. Ed è proprio qui che emerge uno dei segnali più rilevanti del rapporto. Il vero punto critico non è tanto entrare all’università, quanto riuscire a restarci e arrivare fino alla laurea.
Docenti e sistema accademico
Un altro dato centrale del rapporto ANVUR 2026 riguarda il corpo docente. I professori universitari sono cresciuti fino a 65.617 unità, con un aumento del +20,9% rispetto al 2018. Un segnale positivo, che però nasconde una criticità strutturale. L’università italiana resta infatti una delle più anziane in Europa.
Oltre il 55,4% dei docenti ha più di 50 anni, mentre solo l’1% ha meno di 30 anni. L’età media per diventare professore ordinario arriva a 51,7 anni, evidenziando un accesso molto lento alla carriera accademica.
Anche il divario di genere resta evidente, le donne rappresentano la maggioranza tra immatricolate, iscritte e laureate, ma occupano solo il 29% delle posizioni da professore ordinario e il 24,5% dei rettorati.
Finanziamenti e posizione internazionale
Sul fronte delle risorse, il rapporto ANVUR 2026 evidenzia un aumento significativo dei finanziamenti. Il Fondo di Finanziamento Ordinario ha superato i 9,3 miliardi di euro, con una crescita del +27,6% rispetto al 2018.
Tuttavia, considerando l’inflazione, l’aumento reale si riduce al +7,3%, segno che le risorse disponibili non crescono allo stesso ritmo dei bisogni del sistema. E anche in questo caso emergono delle differenze territoriali. Gli incrementi più consistenti si registrano nel Nord, con aumenti superiori del +30%, mentre le isole si fermano a circa +15,9%.
Guardando al contesto internazionale, l’Italia registra una crescita nel numero di iscritti (+14,4% tra 2019 e 2023), ma resta indietro sulla quota di laureati. Solo il 31,6% dei giovani tra 25 e 34 anni è laureato, contro una media OCSE del 48,4%.
Cosa significano i dati del rapporto ANVUR 2026?
Se si mettono insieme tutti i dati del rapporto ANVUR 2026, il quadro è molto chiaro. L’università italiana è in crescita, ma non in modo uniforme. Aumentano gli iscritti, crescono i finanziamenti e si amplia l’offerta, ma allo stesso tempo si accentuano le differenze tra atenei, territori e modelli formativi.
La crescita delle telematiche, i divari tra Nord e Sud, le difficoltà nel trattenere gli studenti e un sistema accademico ancora poco rinnovato indicano una trasformazione profonda, ma ancora non equilibrata. Ed è proprio questo il punto chiave per chi deve iscriversi oggi. Non esiste più un’unica università italiana, ma sistemi diversi con caratteristiche e risultati molto differenti.
Capire questi dati significa fare una scelta più consapevole, andando oltre il nome del corso e valutando davvero dove quel percorso può funzionare meglio.
Scarica il rapporto ANVUR 2026 qui.



