Bel Ali

La protesta contro il caro vita e la disoccupazione non accenna a scemare e i morti a seguito degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine sono già 14 secondo fonti istituzionali. Per questo il governo tunisino ha deciso di chiudere scuole e università a tempo indeterminato, nella convinzione che la spinta propulsiva della contestazione arrivi proprio dai luoghi della formazione dei giovani.

Proprio il ministero dell’Istruzione fa sapere che ci saranno delle inchieste sugli atti di violenza per stabilire chi abbia istigato gli studenti, ma in attesa dell’esito dell’istruttoria sono sospese le lezioni in tutti gli istituti “fino a ulteriore annuncio”. Per le strade del Paese nordafricano sono scesi anche i militari dell’esercito e più testimoni parlano di colpi esplosi in aria per disperdere i contestatori, in un caso si trattava dei funerali di alcuni manifestanti uccisi durante gli scontri del fine settimana scorso.

Le manifestazioni di protesta lamentavano lo scarso impegno del governo del presidente Ben Ali, alla guida del Paese da 23 anni, nel contrasto alla disoccupazione giovanile e secondo i manifestanti gli scontri sono stati una reazione al pugno duro usato dalle forze dell’ordine. Dal governo invece giungono le accuse a un esiguo gruppo di agitatori: lo stesso presidente tunisino ha parlato di una minoranza di estremisti violenti che ha dato vita a quelli che ha definito “atti di terrorismo su cui non si può sorvolare”.

Souhayr Belhassen, presidente dell’associazione per i diritti umani Fidh, ha dichiarato che i morti a seguito degli scontri sono almeno 35, chiarendo che questo numero è stato ottenuto da una lista dei nomi dei deceduti, metre le stime sono di circa 50 vittime. Dopo l’intervento dell’esercito, i numerosi arresti e la decisione di sospendere le attività didattiche la rivolta, cominciata il 17 dicembre con il suicidio di un giovane che si è dato fuoco e poi estesasi in varie città del Paese, ora sembra avviarsi verso la soppressione.