Valore legale laurea

Il governo Monti ha preso atto del dissenso di alcuni suoi componenti e ha deciso di non decidere sull’abolizione del valore legale della laurea, stabilendo che il pronunciamento definitivo arriverà a valle di una consultazione pubblica che sarà avviata dal ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

Se è vero, come hanno detto alcuni commentatori, che un governo ha il compito di decidere, è anche vero che per la natura di questo esecutivo “tecnico” e per l’importanza dell’argomento la scelta dev’essere particolarmente ponderata. Allora ben venga la consultazione pubblica, se però quest’aggettivo indica una grande trasversalità del “campione” e la considerazione di alcuni elementi che fanno la differenza tra una scelta elitaria e una scelta di libertà.

Anche perché bisogna essere certi che l’abolizione del valore legale della laurea non abbia l’esito di rendere più efficienti ed eccellenti alcuni atenei a scapito di altri, ma che consenta l’innalzamento del livello medio dell’intero sistema. E proprio su questo ultimo punto ci sono alcuni aspetti nodali che la consultazione pubblica dovrebbe sciogliere e di cui il ministro Profumo e il governo dovrebbero dar conto prima di assumere la decisione finale.

Innanzitutto c’è da guardare a fondo cosa accade nelle esperienze estere: se cioè davvero l’abrogazione del valore legale ha consentito di migliorare l’offerta complessiva creando competitività o se invece ha allargato la forbice tra scuole d’élite e scuole di serie B. Poi c’è da tenere bene a mente alcune peculiarità territoriali e di dimensioni, alcuni problemi specifici del nostro Paese: basta pensare agli atenei maggiori del Centro-sud.

Se davvero chi partecipa a un concorso pubblico verrà giudicato in base all’ateneo di provenienza e non in base al voto di laurea non si rischierà di penalizzare chi arriva dalla provincia e per mille ragioni, non per forza legate al suo merito, non ha potuto studiare altrove? Non si rischia di lasciare isolati e senza fondi atenei che operano in territori difficili, che magari rappresentano uno dei pochi presidi di legalità in aree dove le mafie spadroneggiano?

Ben venga premiare il merito, ma va sempre tenuta bene a mente l’esigenza di assicurare il più possibile la parità del punto di partenza. Non è così assurda l’ipotesi che l’abolizione del valore legale contribuisca ad accentuare il solco tra Nord e Sud anche sotto il profilo dell’offerta formativa.

Pensare che sia sufficiente sostenere gli studi di colore che al momento della selezione o dei test d’ingresso risultino i migliori rischia di diventare già una prima discriminazione, sia perché in tempi di crisi abbiamo visto che tanti “idonei” sono esclusi dai fondi, sia perché non può essere una performance all’ingresso o poco più a stabilire chi sia il migliore.

Certo, l’abolizione del valore legale potrebbe togliere potere a molte piccole e grandi caste, ma va valutato attentamente il rischio che poi questo potere venga semplicemente trasferito da una categoria all’altra, da un territorio all’altro, o ancora, concentrato in capo a poche università e a pochi laureati di pochi centri di eccellenza.

Da qui, l’auspicio di una consultazione ampia e seria, che non serva soltanto a dire: “Abbiamo ascoltato”. Serve un dialogo a tutto campo che individui pregi e difetti delle diverse opzioni e che al tempo stesso risponda alle domande aperte e sia abbastanza trasparente da individuare e segnalare le domande che non troveranno risposta. Soltanto così, dimostrando di non avere pregiudizi ideologici, il governo dei tecnici potrà decidere davvero per il meglio.