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“Mostrami la tua pagina Facebook e ti dirò chi sei”. Più che un’esortazione, però, questa sembra quasi diventata una minaccia, almeno negli Usa, dove ormai svelare tutti i segreti del proprio profilo social è d’obbligo. L’ultima testimonianza arriva dalla University of Carolina, dove alcuni studenti e aspiranti atleti si sono trovati davanti ad una situazione inusuale.

“Ogni squadra deve scegliere un allenatore o dirigente che diventa il responsabile del monitoraggio dei contenuti prodotti dagli atleti su siti e social network“: è questo il must che regola l’accesso alla rosa di giocatori della squadra di baseball dell’università. E non solo. A curiosare su post e link pubblicati possono essere anche altri membri dell’amministrazione.

Chissà se Mark Zuckemberg, durante le lunghe notti insonni passate a creare il suo “gioiello”, si aspettava un risvolto del genere. Che per la privacy sui social network siano tempi duri è comunque ormai assodato. Un articolo di Msnbc sottolinea come la situazione sia quasi insostenibile: amministratori scolastici e datori di lavoro tentano ripetutamente di accedere ai profili social degli studenti o dei loro dipendenti.

In Minnesota, ad esempio, è in atto una causa contro una scuola che par aver ripetutamente punito una studentessa di dodici anni che aveva postato commenti negativi sull’istituto da lei frequentato.La situazione non migliora in ambito lavorativo dove la privacy viene continuamente negata dalla pubblica amministrazione. Non capita raramente, infatti, che addirittura in sede di colloquio venga chiesto ai candidati di aprire il proprio profilo mostrando post, album fotografici e quant’altro.

La Aclu, American civil liberties union, ha esposto una serie di denuncie e intentato cause a tutti quegli Enti che, richiedendo con una certa severità di mostrare le proprie pagine dei profili e consegnare le password, non hanno rispettato il Primo Emendamento della Costituzione americana.

Addio, quindi, alla spensieratezza che da sempre caratterizza l’uso dei social. Secondo una recente indagine, infatti, anche molte aziende usano profili Facebbok e Twitter per cercare e “studiare” i propri candidati. Tutto, a caro prezzo per