Mariastella Gelmini

Dopo un iter più impegnativo del previsto, la riforma dell’università è passata con un ampia maggioranza in terza lettura al Senato. Il testo è stato approvato con 161 voti favorevoli, 98 contrari e 6 astenuti. Oltre a Pdl e Lega anche i parlamentari di Futuro e libertà, passati all’opposizione dopo il voto di fiducia al governo, hanno detto sì al testo proposto dal ministro dell’Università Mariastella Gelmini.

Al voto contrario di Pd e Idv vanno aggiunte le astensioni di Udc, Api, Svp e Union valdotaine, che per norma del Senato valgono come voti contrari.
Dopo il caos creato in Aula durante una concitata seduta presieduta dalla leghista Rosi Mauro, la maggioranza ha stretto i ranghi evitando fino alla fine che nuove modifiche rendessero necessario un successivo passaggio alla Camera per il via definitivo alla legge.

Nonostante le proteste dell’opposizione, alcune incongruenze contenute nel testo conclusivo, articoli che contraddicono il dettato di altri articoli precedenti, sono state lasciate e saranno probabilmente corrette nel decreto milleproroghe, come ha confermato lo steso ministro Gelmini.
Secondo alcuni commentatori il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ieri ha incontrato una delegazione di studenti contrari alla riforma, avrebbe manifestato le sue perplessità in relazione proprio al testo poco lineare uscito da Palazzo Madama.

Al punto che il capo dello Stato avrebbe manifestato il suo imbarazzo a firmare la legge. Pur non entrando nei contenuti del provvedimento, Napolitano vuole essere cento che queste incongruità siano presto risolte in modo da evitare che la scarsa chiarezza arrechi danno ai soggetti interessati, nel caso di specie ricercatori a tempo indeterminato e assistenti a ruolo in esaurimento.

La capogruppo al senato del Pd Anna Finocchiaro insiste nel ribadire che l’unica soluzione corretta è un emendamento correttivo, che riporterebbe però il provvedimento a Montecitorio per la quarta lettura. Eventualità questa, che la maggioranza vuole scongiurare, temendo un cambio di linea dei finiani con conseguente affossamento del ddl. Anche l’ipotesi di un decreto correttivo crea difficoltà al Quirinale, che comunque si troverebbe prima a promulgare una legge contenete un errore e poi a firmare un decreto che la corregga.