universita paesi ocse cercano studenti stranieri di talento

L’invecchiamento della popolazione e il minor interesse suscitato da scienze e ingegneria spingono i Paesi OCSE a cercare futuro personale tra gli studenti stranieri, invece che in casa propria. A patto, però, che siano di talento.

Secondo il recente rapporto McKinsey sul mondo del lavoro “Il mondo al lavoro: impieghi, stipendi e qualifiche per 3,5 miliardi di persone“, ci sono circa 75 milioni di disoccupati al mondo, ma ben il 39 per cento dei datori di lavori non riesce a trovare manodopera qualificata. Una difficoltà che nasce da una mancata corrispondenza fra posti di lavoro e laureati, come ha messo in luce la Commissione Europea nella pubblicazione “Employment and Social Developments in Europe 2012” (Impiego e sviluppo sociale nell’Europa del 2012).

Non sono più i cervelli in fuga qualificati, quindi, ad attrarre l’attenzione dei Paesi OCSE, quanto piuttosto gli studenti internazionali che frequentano le aule delle loro università. E la nuova politica di accoglienza delle università europee va proprio a favore di un minor flusso di studenti stranieri in entrata, ma più di talento, da trattenere come forza lavoro una volta terminati gli studi.

Per fare una scrematura degli stranieri che premi solo i migliori tra loro, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia hanno stabilito che gli studenti non comunitari debbano pagare interamente le tasse, ma in parallelo hanno introdotto borse di studio atte a selezionare il talento e stanno creando opportunità di soggiorno dopo la laurea. E il parlamento finlandese sta discutendo se seguirne l’esempio.

Anche il governo britannico ha recentemente reintrodotto gli incentivi per la mobilità studentesca internazionale che aveva eliminato negli ultimi anni e ha annunciato la possibilità per i dottorandi di rimanere nel Paese per 12 mesi dopo il completamento degli studi, al fine di trovare un lavoro qualificato o diventare imprenditori.

Attualmente la percentuale di studenti stranieri che soggiornano dopo la laurea nel Paese di studio è in media del 25 per cento nei Paesi OCSE, un dato che dimostra che ancora molto può essere fatto.

Oltre ad aprire interessanti prospettive per l’economia futura dei Paesi OCSE, misure come queste sono una manna per i giovani di talento che sognano di vivere all’estero, dato che grazie ad esse gli studenti stranieri possono costruirsi un percorso professionale e personale evitando molti degli ostacoli che incontrerebbero i professionisti in entrata come la lingua, il riconoscimento delle qualifiche professionali e del titolo di studio.