iran università

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A rimetterci in Iran saranno le università dedicate alle scienze sociali e soprattutto le donne. In questi giorni circolano infatti notizie battute dalla stampa internazionale e dalle agenzie che riportano le crescenti preoccupazioni sia del presidente Ahmadinejad che dell’ayatollah Khamenei, circa la crescente diffusione del pensiero “occidentale” (soprattutto nelle facoltà di stampo umanistico o socio-politico) e a proposito del numero di donne che oggi frequenta l’Università a Teheran.

Quello che infatti è l’orgoglio, forse l’unico, di alcuni studiosi iraniani o dei cervelli emigrati all’estero, è  proprio il numero notevole di donne iscritte all’università soprattutto nelle facoltà scientifiche come medicina e ingegneria. In occasione della conferenza con Shirin Ebadi al Festival del diritto di Piacenza, si diceva che in Iran le matricole donne erano il 63% della popolazione universitaria.

Nonostante la proposta del governo, avanzata dopo gli scontri di Giugno, sull’introduzione delle “quote azzurre” negli atenei per livellare la parità dei sessi negli atenei, una strategia palesemente orientata alla penalizzazione e all’emancipazione culturale delle donne, non sia diventata legge, oggi le discriminazioni nelle iscrizioni iniziano a farsi sentire.

Se questo provvedimento avanza silenzioso, a far più scalpore sono invece le volontà dell’Ayatollah, secondo le quali verranno ridimensionati i programmi di 12 università delle scienze sociali iraniane a causa di corsi di studio che diffonderebbero il pensiero occidentale, considerato una minaccia costante per gli insegnamenti islamici. La lista di insegnamenti vietati include diritti umani, filosofia, scienza politica, management, diritto e studi femministi.