Via dell'Abbondanza prima del crollo

Via dell'Abbondanza prima del crollo

Mentre nella sala accanto faceva mostra di sé l’ologramma di un gladiatore pagato chissà quanto, nella Schola armatorum una serie di piccole piantine si radicavano nei muri allargando le crepe e provocando il crollo unitamente alle infiltrazioni d’acqua. L’immagine che ci offre Tsao Cevoli, presidente dell’Associazione nazionale archeologi (Ana), per spiegarci i motivi del crollo alla Casa dei gladiatori di Pompei è tanto chiara quanto sconcertante.

“La solita politica dell’apparire – commenta Cevoli –: sulla stessa via dell’Abbondanza si sono spesi milioni di euro per installare ologrammi virtuali e pannelli fotografici nelle Domus di Giulio Polibio e dei Casti Amanti. I soldi si usano per cose futili, poi per i restauri non ci sono fondi e non si fa nemmeno la manutenzione ordinaria”.

Nel frattempo, da tutto il mondo arrivano offerte di aiuto per tentare di mettere in sicurezza gli altri edifici che per ammissione degli stessi addetti ai lavori sono a rischio crollo. E non si esclude che si possa provare a ricostruire anche la Casa dei gladiatori. “Come archeologi non possiamo non sperare che questi aiuti arrivino e presto – riprende Cevoli –, ma è importante anche capire chi e come gestirà quel poco di fondi che ci sono e quelli che ci auguriamo arrivino”.

Per il rappresentante degli archeologi, in questi ultimi anni si è fatto l’errore clamoroso di privilegiare le spese per l’apparenza, piuttosto che quelle per la ricerca e la tutela. Pompei non può essere lasciata solo nelle mani dei manager del marketing. È importante che a gestire beni delicati e complessi come gli scavi di Pompei siano le stesse figure che da anni lavorano per studiarli e tutelarli. Occorre una sinergia tra la Soprintendenza, gli archeologi professionisti e le tantissime equipe di ricercatori universitari che vengono da tutto il mondo per studiare Pompei”.

Cevoli non ha dubbi: l’università, proprio mentre si tenta di comprendere quante risorse saranno disponibili, può avere un ruolo centrale nella partita per il recupero e rilancio di questo sito patrimonio dell’umanità. “E quando si parla di fondazioni – riprende il presidente dell’Associazione nazionale archeologi – non bisogna immaginare un sistema tipo Alitalia, in cui la bad company resta in mano pubblica e i privati si arricchiscono gestendo il bene. Si può, invece, guardare al modello di Ercolano, dove c’è un magnate a finanziare in maniera del tutto disinteressata la tutela degli scavi e si valorizza il merito degli archeologi, dei ricercatori e dei docenti che con passione e competenza hanno in pratica “adottato” gli scavi e lavorano per la loro tutela e promozione”.

Tra i 280 ricercatori a disposizione dell’area archeologica più apprezzata e visitata del mondo ci sono archeologi, fisici, chimici, strutturisti, ingegneri dei materiali. Spesso precari che collaborano in maniera saltuaria e volontaria. “Un sito come Pompei richiede altissime professionalità e competenze – spiega Cevoli –. La direzione in cui va il mercato è purtroppo opposta”. E le università potrebbero dare un contributo importante.

“Occorre da un lato fare di Pompei, in collaborazione con gli atenei, un laboratorio per formare future generazioni di professionisti della tutela – conclude il presidente dell’Ana – dall’altro lato un centro di eccellenza capace di accogliere e valorizzare le altissime professionalità che dopo essersi formate qui, per le distorte logiche del mercato, sono altrimenti costrette, se vogliono uscire da una perenne precarietà, a cambiare lavoro o a emigrare. La precarietà dei professionisti e degli operatori dei beni culturali, a Pompei come nel resto d’Italia, finisce quindi alla lunga per avere ripercussioni negative anche sulla tutela”.