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Una nuova scoperta fatta dall’Università di Bari potrebbe rendere le metodologie attualmente utilizzate per individuare il cancro al colon meno invasive, offrendo la possibilità di diagnosticare la malattia con un semplice soffio. Il respiro, infatti, è in grado di rivelare la presenza o meno del tumore, poiché la malattia lascia tracce nel sangue e queste passano nell’aria attraverso gli alveoli. Adesso i ricercatori sono al lavoro per confermare quanto scoperto e alleviare il più possibile i disagi delle persone malate.

La scoperta – riportata per prima dalla rivista scientifica internazionale British Journal of Surgery – è stata condotta da due team di ricercatori, uno appartenente al dipartimento di Chimica dell’Università “Aldo Moro” di Bari, sotto la guida del professor Gianluigi De Gennaro, e l’altro al dipartimento Emergenza e Trapianti d’organo del professor Donato Altomare. I due gruppi di studiosi, che hanno portato avanti un lavoro di ricerca lungo e meticoloso, sono composti interamente da donne, un dato da non sottovalutare in un momento in cui fare il ricercatore non è per niente facile, soprattutto per chi appartiene al sesso femminile.

Diagnosticare il cancro al colon con un semplice soffio rappresenta “un primo passo”, che ha condotto alla realizzazione di “uno strumento ad hoc – spiega De Gennaro – che ci permetterà di perfezionare la tecnica, catturando, del respiro, solo la parte che ci interessa, cioè quella alveolare, che è l’aria più interna”. Magari in futuro non sarà nemmeno più necessario sforzarsi di immettere aria in un palloncino, ma basterà respirare normalmente dentro a un boccaglio, mentre “al resto penserà il nuovo strumento”. In questa maniera, si favorirebbe la prevenzione, convincendo la gente a sottoporsi a più controlli periodici: “Una diagnosi precoce – tiene a precisare Altomare – può rendere veramente curativa la sua asportazione chirurgica”.

La ricerca condotta dall’Università di Bari, che permetterà di diagnosticare il cancro al colon retto tramite un soffio, è stata possibile grazie a uno stanziamento da parte della Regione Puglia di circa un milione e mezzo di euro. Il confronto tra la tecnica tradizionale e quella in via di sperimentazione ha dato per il momento risultati piuttosto positivi. Su cento malati, infatti, il nuovo metodo diagnostico riesce a individuarne ottanta: “Mentre tutti gli altri ricercatori – precisa De Gennaro – lavorano sui marker tumorali, cioè su singole molecole, noi ne abbiamo utilizzate diverse, per la semplice ragione che per questa malattia non è al momento possibile individuare un unico marker, quindi solo un approccio differente poteva risolvere il problema della diagnosi”.