Grattachecca nei test di ammissione

Una semplice domanda per testare la logica, alla quale anche un “c..one” saprebbe rispondere. Il rettore della Sapienza Luigi Frati ha probabilmente liquidato troppo in fretta la vicenda del quesito sulla grattachecca della Sora Maria posto al test di ammissione per le Professioni sanitarie che si è svolto giovedì 8 settembre e che ha coinvolto migliaia di aspiranti matricole del suo ateneo.

A ben guardare, a parte il chiosco degli eredi della Sora Maria, in via Trionfale a Roma, che tanta pubblicità ha avuto grazie alla querelle aperta dopo il test di ammissione, tutti gli altri protagonisti di questa vicenda ne escono, per motivi diversi, quanto meno “ammaccati”.

I più penalizzati, come spesso accade, sono gli studenti, che nel corso di un appuntamento così importante per il loro destino accademico non possono trovarsi davanti quesiti come quello sui gusti della grattachecca, che, sia pure con tutte le buone intenzioni, di certo non era ben formulato e accessibile allo stesso modo a tutti i partecipanti.

Non si pone tanto, a nostro avviso, la questione della “romanità” della bevanda, che avrebbe penalizzato i candidati non provenienti dalla Capitale alterando l’esito del test. La questione più rilevante, che dovrebbe spostare la riflessione dalla grattachecca all’impostazione generale dei test, è quella della predisposizione di una domanda poco chiara e lontana da un concetto di logica che dovrebbe invece definire degli elementi oggettivi.

Come può una questione di gusti, legata a una bevanda diffusa soprattutto nella Capitale, assurgere a paradigma per porre una domanda rispetto alla quale lo studente deve reagire usando la ragione? La posizione del rettore Frati, per cui è necessario che un aspirane infermiere dimostri di saper superare l’imbarazzo legato alla stranezza del quesito e decidere in tempi brevi, è senza dubbio condivisibile. Ma l’oggetto della domanda specifica e le risposte tra le quali scegliere quella esatta, non ci sembrano affatto adeguate a testare questa capacità .

Dopo settimane e in molti casi mesi di studio per superare il test di ammissione e raggiungere l’ambito traguardo dell’ingresso nelle facoltà ad accesso programmato, dopo aver sostenuto spese per la preparazione, il viaggio e l’alloggio, gli studenti hanno diritto a domande ben formulate e più rispettose degli sforzi compiuti per lo studio e della tensione con cui partecipano alla prova.

La vicenda riapre poi il dibattito su un’altra questione, di ben più ampia portata, che molti lettori di Universita.it hanno posto nuovamente e con fora dopo l’episodio nella “grattachecca nei test di ammissione”. Si tratta dell’eterno dilemma dell’utilità dell’accesso programmato, di una selezione preventiva che spiegano alcuni di loro è il contrario della libertà e delle pari opportunità, perché i criteri utilizzati non saranno mai del tutto oggettivi.

E soprattutto perché se si desse a ciascuno la possibilità di scegliere il corso di laurea che preferisce sarebbe il principio della concorrenza a stabilire poi chi davvero vale e ha le carte in regola per svolgere una determinata professione. Questa posizione è legittima come quella che ritiene invece indispensabile “programmare”. Ma, per favore, qualunque sia la scelta lasciamo da parte le grattachecche e iniziamo a fare le cose con serietà. Altrimenti sarà l’intero sistema accademico ad uscire ammaccato da questa storia.