Igem, il team di Trieste verso la finale

Sono appena tornati in Italia da Amsterdam, dove hanno sbaragliato la concorrenza alla fase regionale della competizione globale Igem, promossa dal mitico Mit e dedicata al settore della biologia sintetica. I ragazzi che compongono il team dell’Università di Trieste, l’unico italiano ancora in gara, sono già proiettati verso la finalissima di Boston, in programma a novembre e ci raccontano l’avventura di un gruppo di studenti della specialistica lanciati verso traguardi internazionali con un progetto di alto livello scientifico. Universita.it ne ha parlato con uno di loro, Giulio Bernardinelli.

Visto che siete tornati da poche ore, com’era il “clima” ad Amsterdam?

Caldo – siamo stati fortunati! – ma il clima scientifico era sicuramente più rovente: i progetti di quest’anno erano tutti di altissima qualità. Essere lì tra le più grandi università d’Europa è stato un sogno! Siamo passati davanti anche al team di Cambridge.

Come è cominciata questa avventura scientifica?

L’idea ci è venuta quasi per caso, scorrendo video su YouTube di qualche anno fa. All’inizio eravamo in due, poi il gruppo si è allargato e ha trovato il sostegno dell’università, che ci ha anche aiutato a trovare gli sponsor necessari per partecipare e per portare avanti la parte sperimentale. Tutte le strumentazioni, gli spazi e i reagenti sono stati messi a disposizione dal Icgeb (International centre for genetic engeenering and biotechnsology) dell’Area Science Park di Trieste. In particolare siamo stati ospitati dal lab di molecular medicine (group leader Mauro Giacca) e dal laboratorio di bacteriology (group leader Vittorio Venturi). Mesi indubbiamente anche di impegno e sacrifici, ma sicuramente ben ripagati.

Anche se non offre alcun premio in denaro, dunque, la competizione Igem è un bell’investimento.

Sicuramente è un ottimo investimento sul fronte del nostro curriculum scientifico. Ma oltre a questo è una esperienza che ci permette di costruire tutta una serie di contatti con i laboratori che “contano” nel mondo. Il premio è davvero quello di poter prendere parte a questa cosa. Inoltre lavorando in quasi totale autonomia, abbiamo anche potuto affinare tutta una serie di competenze utili nel mondo della ricerca. Non ultima la gestione del funding e del budget: tra reagenti e trasferte i costi non sono bassi e sono grazie agli sponsor siamo riusciti a sostenerli, ma gestendo la cassa con accortezza.

Parliamo un po’ anche del vostro progetto, Synbiome: qual è la fase di avanzamento?

L’idea, in sintesi, è quella di creare un sistema sintetico innovativo in cui batteri e cellule eucariote hanno bisogno gli uni degli altri per sopravvivere. E abbiamo visto che può davvero funzionare. Abbiamo costruito le cellule, modificando del Dna e stiamo verificando il funzionamento attraverso dati sperimentali che ci mostrano che la comunicazione tra cellule di diversi regni può davvero funzionare.

Applicazioni concrete?

In primis, la produzione di molecole ad uso farmaceutico, molecole utili quindi a combattere stati patogeni. Ma il sistema può anche funzionare da micro ambiente biologico per produrre e testare direttamente sulle cellule, risparmiando diversi passaggi sperimentali. In questo senso, quello che ci piace del contest Igem è anche la possibilità di dare visibilità ad un campo che in Italia è ancora molto poco studiato, quello della biologia sintetica. È importante che ne venga percepita l’importanza, perché – a dispetto del nome – non siamo qui a creare mostri in laboratorio, ma a risolvere problemi pratici di ogni giorno.

Come vi state preparando alla finalissima di Boston, in programma tra un mese?

Siamo fortemente carichi, anche grazie agli ottimi feedback che abbiamo registrato ad Amsterdam. Siamo già in laboratorio per fare ulteriori verifiche sperimentali e ottenere nuovi dati. Vogliamo affinare il progetto, anche perché nella fase finale i giudici saranno tutti nuovi: i giochi dunque sono più che mai aperti.