Manifestazione studenti

Il seme ha germogliato nonostante il freddo e la pausa natalizia. Ora tocca aspettare che passi l’inverno per vedere se ci saranno anche i frutti. Il seme in questione è il movimento giovanile che ha affollato atenei e piazze in questi mesi consapevole che senza il suo protagonismo non ci sarà un vero cambiamento degli assetti dell’università in particolare ma in generale della società italiana.
L’inverno ancora da attraversare è la fase politica accartocciata attorno agli scandali sessuali e a schieramenti che non sono in grado di esprimere un progetto per il Paese.

In questo contesto, per potersi trasformare in cambiamento tangibile è necessario che la mobilitazione studentesca non si trasformi, come in passato, in Pantera “domata” o in Onda tramutata in bonaccia.
L’intuizione che hanno avuto queste studentesse e questi studenti senza sigle e senza padrini politici può rivelarsi vincente ed evitare il “riflusso”: andare oltre lo steccato dell’istruzione, secondaria o universitaria che sia, e individuare i punti in comune tra il loro malessere e le paure e le speranze di altre fasce sociali in affanno.

Il primo elemento, colto forse con ingenuità nello slogan “La vostra crisi non la paghiamo” ma poi elaborato con più maturità nel corso dei mesi, è appunto quello della grave crisi recessiva legata all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia.
Il movimento studentesco ha compreso qual è la reazione del potere di fronte alla recessione: limitare i diritti dei più deboli per mantenere i privilegi dei più forti e allargare ulteriormente la forbice tra ricchi e poveri. Viene naturale a questo punto della riflessione accomunare le sorti di un operaio a quella di un precario o di uno studente universitario, che nella migliore delle ipotesi si troverà a dover scegliere tra un futuro quanto mai incerto e l’arruolamento nella schiera dei forti che difendono i loro privilegi.

A questa intuizione, che può rappresentare il motore di una nuova modalità di gestire i conflitti sociali e forse anche una forma di superamento – dal basso e non dall’alto – della rappresentanza sindacale, se ne aggiunge un’altra. Gli studenti e i precari dell’università in mobilitazione hanno aggiunto alla specificità delle loro rivendicazioni una riflessione più ampia che trova un denominatore comune con i lavoratori dello spettacolo, quelli dell’editoria e quelli della cultura in senso lato.

La consapevolezza che i tagli orizzontali riguardano ormai tutto il settore della conoscenza, assieme alla percezione di far parte assieme agli operai di quanti vedono i loro diritti sotto attacco, può dar luogo a una ragnatela di interessi specifici che convergono attorno a un interesse più generale: non tanto quello di difendere posizioni ormai fortemente indebolite, quanto l’interesse a costruire un immaginario alternativo fatto di alleanze ampie e trasversali, attraverso le quali proporre soluzioni d’avanguardia per uscire dalla crisi con un tessuto sociale ed economico ricostruiti proprio attorno alla centralità dei diritti e della cultura.