Stop alla fuga di cervelli

Un palliativo che non produrrà alcun effetto o un reale incentivo per rientrare in madrepatria? Entrerà in vigore a giorni, precisamente il 28 gennaio, la legge (una delle poche bipartisan) firmata da Enrico Letta (Pd) e Maurizio Lupi (Pdl) che prevede agevolazioni fiscali per il rientro dei cervelli dall’estero.

Potranno usufruire degli incentivi cittadini europei che per due anni di seguito abbiano svolto un’attività dipendente o autonoma in Italia oppure hanno gestito un’impresa in qualità di titolari o soci e cittadini italiani che per 24 mesi consecutivi hanno lavorato all’estero o che fuori dal territorio nazionale si sono laureati o specializzati. Le donne pagheranno le imposte sul 20% del reddito prodotto e gli uomini sul 30, e c’è anche una preferenza nell’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica.

Per ottenere le agevolazioni è necessario innanzitutto decidere di lavorare in Italia come dipendenti, lavoratori autonomi o imprenditori e stabilire domicilio e residenza sul territorio nazionale. Ma il vero vincolo consiste nel fatto di non poter tornare a risiedere all’estero nei cinque anni successivi.

In Italia ogni anno tremila laureati vanno a lavorare all’estero per una perdita complessiva, dal 1990 ad oggi, di circa quattro miliardi. In Campania solo a cavallo tra 2008 e 2009 sono andati a lavorare fuori dall’Italia 26mila giovani tra laureati e diplomati. Una situazione che ha condotto la politica, dopo le critiche giunte alla riforma Gelmini di allontanare ancor più le menti migliori, a cercare un provvedimento efficace.

Ma la nuova legge sarà tale? Dalle reazioni dei cervelli fuggiti non sembra. Sul blog dei ricercatori all’estero il bonus fiscale è accolto con indifferenza: “Più che uno sconto Irpef – dicono tutti – per farci tornare dateci una prospettiva seria, un’università che premi il merito più della fedeltà, un’amministrazione pubblica che aiuti davvero chi ha voglia di fare”.

Sono gli stipendi, i contratti e le possibilità reali di carriera a tenere i giovani già fuggiti lontani dall’Italia e a indurne altri a cercare all’estero. Anche perché nel mercato internazionale il neonato bonus fiscale deve subire la concorrenza con paesi che costruiscono ponti d’oro ai giovani talenti stranieri in cerca di futuro e soprattutto con sistemi che premiano il talento e l’impegno.

Nonostante il provvedimento, i cervelli all’estero non riescono ad acquisire fiducia nei confronti del sistema italiano e credono che la meritocrazia non diverrà mai il motore trainante nel mondo professionale del Belpaese. Ci sarà dunque qualcuno che prenderà in considerazione l’opportunità messa a disposizione?