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Insieme per cambiare radicalmente l’università italiana. Questo il proposito perseguito degli Stati generali, riuniti questa mattina a Roma presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza.  Un’assemblea nazionale per trattare i problemi che tanto affliggono il mondo della formazione. Un giornata di confronto da cui tirar fuori un nuovo modello universitario, il punto di partenza per una grande rivoluzione culturale.

A partecipare tutti coloro che lavorano all’università o nell’ambiente dell’istruzione in generale: dagli studenti ai presidi, dai docenti alle istituzioni culturali, dagli editori al personale amministrativo, dai dottorandi ai ricercatori. Tutte persone che vivono in prima persone i problemi di una formazione al collasso e sempre più caratterizzata dalla precarietà, dopo “anni di riforme imposte dall’alto”.

“L’Università che vogliamo” è l’appello lanciato per l’occasione da Piero Bevilacqua, docente di Storia Contemporanea alla Sapienza di Roma, e Angelo d’Orsi, professore di Storia del Pensiero politico presso l’Università di Torino. A firmarlo, dopo la sua pubblicazione su “il manifesto” e “Micromega-online”, sono state numerose persone: oltre 750 tra docenti e personale, a cui si aggiungono circa 150 non inquadrati.

“Dobbiamo uscire fuori dalle aule e dai corridoi, dagli spazi ristretti delle istituzioni in cui ognuno di noi opera”, invita a fare Bevilacqua nell’intervento introduttivo ai lavori, intitolato “La sfida ai saperi, la sfida dei saper”. L’obiettivo di chi sta aderendo all’iniziativa degli Stati generali è quello di poter arrivare a definire una Carta di Roma, in altre parole una carta di punti fondamentali, che possa condurre a un nuovo assetto delle istituzioni formative e del loro ruolo nel nostro Paese.

Chi partecipa agli Stati generali ha intenzione di raggiungere un altro importante scopo: istituire un Osservatorio permanente sull’università e sull’istruzione pubblica, in modo da poter supervisionare eventuali mancanze da parte del sistema formativo statale. Uno strumento per dare voce a chi fino ad adesso non è stato ascoltato.