ricercatori assemblea nazionale a Roma

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Giornate di fermento alla Sapienza di Roma, dove i docenti della facoltà di Lettere e Filosofia hanno annunciato la sospensione degli esami a partire da giovedì 1 luglio. Una forma di protesta contro ddl Gelmini e manovra finanziaria, che però ha spiazzato gli studenti in piena sessione d’esame. Quello dell’università capitolina non è il primo né l’unico caso, sono infatti diverse le facoltà degli atenei italiani in cui i docenti hanno deciso di sospendere esami e lauree per protesta.

Intanto, alla Sapienza, è previsto per domani un consiglio straordinario di facoltà aperto al confronto con gli studenti, e dal quale sono in diversi ad aspettarsi un passo indietro dai prof., con tutta la voglia di pensare insieme a una forma di protesta adeguata. Ne abbiamo parlato con Michelangelo Pecoraro, 23 anni, studente iscritto al corso di laurea magistrale in Filologia e Letterature dell’Antichità alla Sapienza , e fondatore insieme ad altri del giornale di Facoltà, che sta seguendo dall’interno la vicenda.

L’ultimo Consiglio di Facoltà si è concluso con la decisione da parte dei docenti di sospendere le sedute d’esame a partire dal 1 luglio in segno di protesta contro ddl Gelmini e manovra finanziaria. Qual è stata la reazione degli studenti di Lettere a questa forma di sciopero?

La decisione del Consiglio ha colto totalmente impreparati non solo gli studenti della Facoltà, ma anche quelli di altre Facoltà dell’ateneo che continuano a chiederci da giorni come evolverà la situazione, cioè se anche loro saranno toccati da questa protesta. In particolare la forma di protesta scelta dai docenti (il blocco degli esami nel mese di luglio) presenta alcune problematiche non irrilevanti: ad agosto scadono i bandi per il rinnovo delle borse di studio, quindi i borsisti avevano programmato questo mese per dare gli ultimi esami necessari; togliendolo, molti di loro perderebbero le borse e, alcuni, addirittura la possibilità stessa di frequentare l’università. Sono necessarie le proteste, ma devono essere in una forma che vada bene a studenti e docenti insieme.

Il rettore Frati ha dichiarato alla stampa che tutti gli esami andranno avanti, pena una denuncia per interruzione del pubblico servizio. Come stanno le cose in realtà?

Beh, difficile dire come stiano le cose in realtà, perché effettivamente i docenti, non avendo un sindacato regolare se non quello inerente alla Pubblica Amministrazione, possono avere problemi dal punto di vista giuridico in caso di stop delle attività; potrebbero essere, dunque, processati per “interruzione di pubblico servizio”. C’è da dire, però, che Frati si esprime sempre in tono perentorio e minatorio: il rettore di un’università grande e dalle molteplici problematiche come la Sapienza non dovrebbe agire in questo modo. Comunque penso che il blocco degli esami rientrerà e si troveranno altre forme di protesta, quindi non ci saranno denunce per i docenti.

Come studenti siete riusciti ad ottenere un Consiglio di Facoltà straordinario e pubblico, che si svolgerà mercoledì 30 giugno. Quale pensi che sarà l’esito del confronto tra docenti e studenti, ci sono state delle anticipazioni?

Ci sono state molte anticipazioni: già nell’assemblea studentesca di qualche giorno fa, oltre ad aver concesso il Consiglio aperto agli studenti, i docenti si sono mostrati ascoltatori attenti. Il Preside Piperno è al nostro fianco e anche numerosi docenti iniziano a pensare di aver preso una decisione un po’ affrettata. Per il Giornale di Facoltà abbiamo intervistato, ieri, un docente ordinario di peso come Luca Serianni: anche lui si è detto convinto che la decisione sarà mitigata. Probabilmente verranno trovate forme condivise ed applicabili di protesta, come esami all’aperto, in luoghi pubblici o turistici, o di notte all’università.

Il caso della facoltà di Lettere della Sapienza, non è l’unico in Italia, ci sono state altre facoltà infatti in cui i docenti hanno deciso di sospendere gli esami, e in alcuni casi anche le sessioni di laurea, in segno di protesta contro le politiche dei tagli e della privatizzazione. Che idea ti sei fatto sul futuro dell’Università pubblica?

L’Università italiana gode ancora di un ottimo stato di salute. Soprattutto grazie ai docenti di alta qualità, a quelli che si impegnano veramente, tutti i giorni, per dare un contributo allo status culturale del paese e alla formazione dei giovani. Purtroppo l’attuale governo è particolarmente ostile al settore pubblico, basti pensare che ha tolto la dicitura “pubblica istruzione” dal nome del Ministero: continua, anno dopo anno, a togliere fondi e, soprattutto, a limitare le assunzioni (il cosiddetto “turn-over”). Si deve capire che la Ricerca, e quindi l’assunzione di giovani in grado di portarla avanti, è un bene fondamentale non solo per il mondo della cultura, ma per l’intera nazione: abbiamo il dovere di portare avanti una tradizione di altissimo livello, e farlo sotto i continui attacchi ministeriali trasforma questo dovere in un gesto quasi eroico. Sembra di vivere una perenne guerra di trincea.