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Non faranno più lezione, così hanno deciso 150 ricercatori dell’Università di Torino per protestare contro la riforma del sistema universitario che non dà il giusto valore al loro lavoro e introduce la figura del ricercatore “a scadenza”.

Il caso sta rimbalzando sulle pagine dei quotidiani in questi giorni, perché se le dichiarazioni rilasciate dai ricercatori torinesi venissero messe in pratica, sarebbe a rischio l’intera rete di attività didattiche dell’ateneo piemontese.

Corsi, esami, lauree e sostituzioni di professori, costituiscono infatti una buona parte delle attività svolte quotidianamente dai ricercatori in Italia. Attività spesso non previste per legge, ma su cui la didattica universitaria continua ad appoggiarsi senza poi i dovuti riconoscimenti. Si tratta di un lavoro non obbligatorio, che i ricercatori fanno comunque con passione per sopperire alle carenze del sistema accademico italiano, scrivono i ricercatori di Torino in una nota.

A prendere parola per primi sono stati i ricercatori della facoltà di Scienze, che hanno chiamato in causa le leggi varate negli ultimi due anni e il ddl di riforma in esame al Senato. Una riforma, spiegano, che non solo “mantiene invisibile la maggior parte delle attività dei ricercatori italiani, ma che non fa niente per favorirne la carriera, il merito e la motivazione”.

Per questo, i ricercatori di Torino stavolta hanno deciso di fare sul serio. Niente più parole e striscioni, stavolta si passa ai fatti: non prenderanno più parte alla sessione estiva di lauree e rinunceranno a tutte quelle attività didattiche non obbligatorie per legge. Inoltre, spiegano, “non siamo disponibili ad essere inclusi tra i cosiddetti “docenti necessari” per attivare un corso di laurea”.

”Faremo soltanto ricerca ed esercitazioni come prevede il nostro contratto” hanno dichiarato i giovani studiosi, che si augurano con questo gesto di sollevare il dibattito sulla condizione dell’università italiana.