ricercatori startup

Chi fa ricerca, vuole fare il ricercatore, e non è interessato alle logiche di mercato o a inserirsi nelle strade che portano al business. Principalmente, è questa una tra le voci che si alzano quando si discute dell’evoluzione dei ricercatori universitari in imprenditori.

Chi crea impresa sul proprio territorio crea valore, posti di lavoro e porta sul mercato una innovazione forte, frutto di un lavoro intenso di ricerca e si da un’altra possibilità che non sia quella esclusiva della retribuzione, spesso molto bassa, dello Stato. Queste, d’altro canto, sono voci molto più forti che si muovono a favore di una formazione manageriale da trasferire ai giovani ricercatori.

Un ricercatore che diventi startupper, che sia pronto a spendere le sue elevate competenze sul mercato per creare una impresa, che sappia fare un business plan del suo progetto e che sappia dove e da chi andare per ottenere finanziamenti che non siano solo pubblici. Se nel nostro Pzaese ci sono delle iniziative, spesso più promozionali che sostanziali, che offrono corsi o servizi business ai ricercatori, negli Usa tutto questo diventerà presto strutturale. Ad annunciarlo è la National Science Foundation (Nsf) che si occupa di finanziare la ricerca in molti settori, e che con il programma I-Corps (Innovation Corps) vuole sviluppare un eco-sistema dell’innovazione fondato sulla ricerca scientifica e i suoi prodotti per portarli a beneficio della società. Gli I-Corps individueranno i ricercatori già finanziati da Nsf che riceveranno supporto aggiuntivo sia attraverso una mentorship, una guida dedicata sia attraverso fondi, per accelerare l’innovazione e attirare capitali privati.

Obiettivi che qui in Italia si propongono gli stessi ufficio di trasferimento tecnologico, ma che non integrano ancora questo orientamento all’impresa, alla concezione che un ricercatore possa evolvere e cambiare il proprio status, e diventare un imprenditore. Il quadro, delineato da diverse ricerche nel campo, evidenzia che spesso motivazioni personali, non sempre legate al fattore denaro, competenze manageriali, disponibilità di risorse esterne e l’atteggiamento più o meno favorevole delle università, sono i fattori principali che incoraggiano o ostacolano la formazione di spin-off.

Una questione appesantita dal fatto che, riporta una ricerca Ceris-Cnr, “nel settore degli spin-off è dato dalla scarsa propensione degli accademici a riconoscere le potenzialità commerciali delle loro scoperte, dovuto non solo a mancanza di informazione ma anche ad assenza di motivazioni e interesse nel considerare le potenziali applicazioni commerciali delle invenzioni”.

Per non tralasciare, infine, che molto raramente gli accademici che creano uno spin-off si dedicano alla neonata impresa full time, ma mantengono il proprio ruolo all’università, il che implica una ricerca non facile di un manager che si occupi di gestire operativamente l’azienda, perché “il professore non farà mai l’imprenditore”. Almeno secondo gli I-Corps, una alternativa c’è, e in un contesto di aumento della disoccupazione, diviene quasi un dovere.