La parola mona viene dall'arabo scimmia

È una delle parole venete più conosciute fuori dai confini regionali, e di certo non la più pudica. Eppure sull’origine del vocabolo “mona” ce n’è abbastanza per scriverci un libro. A consegnarci questo “tassello mancante” nello studio del vernacolo veneto è Luca D’Onghia, ricercatore della Normale di Pisa e studioso del Ruzante e dei suoi contemporanei: Un’esperienza etimologica veneta. Per la storia di “mona”, questo il titolo del volume edito da Esedra nella collana “Vocabolario storico dei dialetti veneti”.

Un termine osceno, “mona”, che ne ha fatta di strada. Un recente studio rivela che questa parola rappresenta uno dei vocaboli dialettali più vitali ed è nota a 38 intervistati su 45 sia nel significato corporeo sia nel significato insultante. Già, perché – lo scriviamo per gli altri 7 – almeno a partire dal Rinascimento a Venezia (e poi in tutta la regione, ma anche oltre come a Trieste) il termine è usato per indicare l’organo sessuale femminile ma anche colui che non brilla per ingegno.

Ma è sull’origine della parola che Luca D’Onghia – ricercatore e storico della lingua italiana – si concentra nel suo saggio, sfidando ipotesi autorevoli e relativamente consolidate come quella di Manlio Cortelazzo, che voleva che il termine derivasse dal greco “bunion”, e poi “muni” cioè monte, da cui “monte di Venere”. Approdo completamente diverso quello del ricercatore della Normale di Pisa, veneto per parte di mamma, che ripercorre tante pagine di letteratura per forgiare una nuova interpretazione etimologica. Secondo D’Onghia alla base della parola non ci sarebbe un grecismo, ma un arabismo: “maimun”, usato in tutte le lingue neolatine per indicare la scimmia (ma anche la gatta), che ci conduce fino all’inglese “monkey”.

Il termine scabroso rischia dunque di rivelarsi un vezzeggiativo al pari della topina toscana e dell’inglese pussy, ma occorre non dimenticare il significato simbolico della scimmia, che proprio in quanto animale peloso diventa simbolo di lussuria e peccato nella cultura cristiana. E l’uso insultante poi chiude il centro, dal momento che a meritare l’epiteto è proprio chi si comporta come una scimmia.