proprietà intellettuale ricercatori università brevetti

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Si è appena conclusa la Giornata Mondiale della Proprietà Intellettuale, e in Italia si dà il via alla revisione del Codice della Proprietà Industriale, la carta che nel nostro Paese regola il sistema di deposito dei brevetti e dei marchi per tutelare l’attività inventiva di cittadini, imprese, università e istituzioni.

Tra le novità più significative che emergono dal “restyling” del Codice, la cui notizia giunge nei giorni in cui tutti i Paesi che aderiscono al WIPO (la World Intellectual Property Organization)  sensibilizzano le proprie platee sulla difesa dell’attività inventiva, c’è quella che riguarda la titolarità dei brevetti che adesso passa dal singolo ricercatore all’Università.

Le invenzioni che vedono la luce all’interno degli atenei e dei centri di ricerca, subiranno infatti un cambiamento di “paternità”, la titolarità in caso di deposito del brevetto passa infatti alle università o agli enti, e solo se questi non provvedono al deposito entro sei mesi, il ricercatore potrà depositare domanda a proprio nome.

Il ricercatore ha inoltre un’opzione se l’università o l’ente, una volta depositato il brevetto, decidono di offrirlo sul mercato. I ricercatori dunque perdono, in prima battuta, la titolarità. Tuttavia in questo modo viene aggirato il problema non da poco riguardo i dubbi di incostituzionalità dovuti alla discriminazione tra il regime dei ricercatori universitari e quelli dipendenti di aziende, per i quali vige il sistema opposto.

Il punto di partenza di questa scelta è datato al 2001, anno di creazione del Codice, in cui la disciplina per cui la titolarità era ricondotta al singolo ricercatore e non all’ente era dettata dalla poca sensibilità degli atenei italiani e degli enti pubblici di ricerca a difendere la proprietà intellettuale (ovvero a depositare brevetti) e a valorizzare l’innovazione prodotta nelle università. Una scelta però nella direzione opposta rispetto ad altri paesi europei, che è stata dunque ricondotta alla normativa comunitaria con la revisione che ha avuto luogo in questi giorni.

Intanto una buona notizia arriva dall’Osservatorio delle Camere di Commercio, che ha presentato ieri una ricerca che posiziona l’Italia in ottava posizione per numero di brevetti europei depositati; quarta per marchi comunitari; seconda per domande di design. Un “premio” che mostra come l’Italia sembri concentrare, seppur all’interno di nicchie di mercato, la propria capacità innovativa.