Classifiche universitarie, piu danni che vantaggi

Molti le criticano, tutti vorrebbero entrarci. Da alcuni anni le classifiche internazionali dei migliori atenei, appannaggio di una élite universitaria prevalentemente angloamericana, sono assurte a faro globale della qualità accademica. Ma serviranno davvero? Sia che facciano riferimento a dati statistici o che si basino su fattori soggettivi come la “reputazione”, in vetta troviamo sempre e comunque i noti superbrand, interi continenti sono esclusi e c’è chi dubita della bontà di questa selezione.

È in linea con queste obiezioni un recentissimo report della European University Association (Eua) che ha tentato l’impresa del “ranking dei ranking” per misurare il loro impatto globale. Risultato? Le classifiche mondiali fornirebbero una “fotografia ipersemplificata” degli obiettivi istituzionali, della qualità e dei risultati delle università, dal momento che focalizzano solo determinati indicatori legati alla ricerca.

Il report “Global university rankings and their impact” sottolinea inoltre che ai benefici forniti da queste classifiche fanno da contrappeso la mancanza di trasparenza e una serie di “effetti indesiderati”: adeguandosi alle classifiche gli atenei attivano infatti una sorta di deformazione, andando a investire in attività che possano migliorare il loro posizionamento piuttosto che nei settori chiave della didattica e dell’insegnamento.

Nonostante si tratti di una moda sorta negli ultimi anni, i ranking sono destinati a regnare per lungo tempo, perché “godono di un alto grado di approvazione tra gli stakeholder e tra un pubblico più ampio proprio in virtù della loro semplicità”. Per questo il report profetizza una moltiplicazione delle classifiche nel prossimo futuro, ma sottolinea che è vitale per le università essere consapevoli del grado di trasparenza di ciacuna graduatoria. E anche gli studenti, utenti finali di queste classifiche, dovranno saper distinguere che cosa effettivamente viene misurato, e come.

Le principali classifiche, infatti, coprono solo una esigua fetta (tra l’1 e il 3 per cento) delle 17.000 università che esistono nel mondo, ignorando tutte le altre. In futuro dunque potrebbe essere possibile una democratizzazione dei ranking, andando a coprire un bacino più ampio rispetto a quello attuale, che premia soprattutto le università che spingono sulla ricerca. Classifiche più “inclusive” sarebbero dunque auspicabili anche per “riconoscere l’importanza di quelle università che funzionano bene ma che al contempo soffrono degli “effetti indesiderati” dei ranking”.

Ranking che tuttavia non fanno solo danni: nell’ultimo periodo, secondo il report, il moltiplicarsi delle classifiche ha creato una maggiore attenzione sul tema della formazione accademica e della sua qualità e incoraggiato la responsabilità degli atenei rispetto al loro pubblico e agli osservatori internazionali.